Culunna infame – testu in versos de Bianca
Mannu. Bortada in logudoresu dae antoni altana.
A s’intender e a si ritenner chepare in totu e pro totu a sos disgrasciados chi pernotant suta su culunnadu de Bernini.
So istada e so ebbia prus fortunada pro aer
subra sa conca una cobertura infinidamente pru umile, ma prus riservada, frutu de unu trabagliu
modestu, non bene pagadu ma chi no at connotu arressas noghentes.
Isco de s’impignu de su paba e de sos pìscamos suos cullaboradores. In totu cussu mi benit difìtzile suportare custa realidade chi chena chi si potat alciare unu pòddighe o faeddare in càusa unu o prus responsabiles, zènerat miliones e miliones de mìndigos, comente chi bi siat in natura unu mecanismu perversu. Mecanismu sì, ma terrorosamente umanu e chin cunsighentzias gai oceànicas de non poder istrinare isperàntzias de risulta, a parte chi su mundu mantessi non si fatat capatze de afrontare cun eficèntzia e positivamente su problema.
intendende∙mi unu bobboi rispetu a cussu intendo comente de esser mia sa pedde de sos poberitos, e forsis in parte mios sos issoros sentidos. Naro cantu sighit pro ammentare comente isteint ispropriadas tzertas pobulassiones de tzentru Europa e sòtzios umanos ideologicamente connotados comente e istranzos perigulosos, ma bolto sa memòria a custu presente fastizosu ispajadu in su mudore o in una visibilidade de cumbeniu.
Culunna infame
Umbras de indigna ispulpuzada,
nos distruimus – ispartos -
a faccia in terra –
che cando custa cara
siat murru e raunzet…
…e tzertu arranzat
tra dentes arrabidas – in odiu
e incunfessabile birgonza.
E atopare
riflessos in disgustu
de sa zente bonaria
fàmine nos ispronat
e animu caninu
coglidu in tirighinu
cogher de infamia
e cumpensare
cun paghe curtza
de istogomo
s’atzumbu oscenu
de sas diferentzias.
Benit mancu dae nois
S’insigna de s’umanu
Comente beste
Chi s’iscosit
Subra sa pedde
Su fritu nos ch’at a catzare
Dae logos
Illuinados a die
Frecuentados
Dae cussos chi s’isciucant
Dae cussos chi drommint
In sos letos
Nos at a ispingher a nos mujare
in sepulcros ismentigados
rasentende sos oros
de sos burgos.
Amus a passare solos s’istiu
che canes abbandonados
dae sos vacantzeris
serente a sos buddidos isalenadores
de sos tumbinos
e amus a furare s’abba
a sas funtanas
At a tremer de orrore
E de fatzile consolu
Su fiotu de sos turistas
isfiorende inghirios de s’umbra
chi nos apietat
in crosta impestada
a guastare
sa cara irrispetosa
de sa die.
Colonna infame - testo in versi di Bianca Mannu - inedito
Sentirsi e ritenersi simile in tutto e per tutto agli sfortunati che pernottano sotto lo splendido colonnato del Bernini.
Sono stata e sono solo più fortunata per avere sulla testa un tetto infinitamente più umile, ma più riservato, frutto di un lavoro modesto, non ben remunerato, ma che non ha conosciuto interruzioni nocive.
So dell'impegno del Papa e dei suoi vescovi collaboratori. Tuttavia mi riesce difficile sopportare questa realtà che, senza che si possa elevare un dito o chiamare in causa uno o più responsabili, genera milioni e milioni di poveri, come se ci fosse in natura un meccanismo perverso. Meccanismo, sì, ma orribilmente umano e con conseguenze così oceaniche da non poter offrire speranze di risoluzione, a meno che il mondo stesso non si faccia capace di affrontare efficacemente e positivamente il PROBLEMA.
Sentendomi insetto di fronte ad esso, sento un po' come mia la pelle dei poveri e degli impoveriti, e forse in parte miei i loro sentimenti. Dico quanto segue per ricordare come furono espropriate alcune popolazioni centro europee e gruppi umani ideologicamente connotati come alieni e pericolosi, ma rivolgo la memoria a questo presente fastidioso ricacciato nel silenzio o in una visibilità di comodo.
Colonna infame
Ombre di lacerti indegni
ci struggiamo - sparsi –
col grugno basso-
come se faccia
fosse muso e ringhiasse …
… e certo digrigna -
tra cattivi denti - odio
e inconfessabile vergogna.
A incrociarci
riflessi nel disgusto
della gente perbene
c’incalza la fame
e l’animo canino
rimediato nei vicoli
Cuocere d’infamia
è compensare
con la breve pace
dello stomaco
l’ urto osceno
delle differenze
Scema da noi
l’insegna dell’umano
come abito
che si disfi
sulla pelle
Il freddo ci caccerà
dai luoghi
illuminati a giorno
frequentati
da quelli che si lavano
da quelli che dormono
sui letti
Ci spingerà a rannicchiarci
negli ipogei dimenticati
rasentando i cigli
dei suburbi
Estiveremo solitari
come i cani abbandonati
dai vacanzieri
accanto agli sfiati torridi
dei tombini
e ruberemo l’acqua
alle fontane
Tremerà d’orrore
e di facile consolazione
la comitiva dei turisti
sfiorando la cresta d’ombra
che ci raggruma
in crosta infetta
a deturpare
la faccia irriverente
del giorno.
venerdì 31 gennaio 2020
Colonna infame- tandem logudorese-italiano - A. Altana e B. Mannu
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Poesia (non poetica) in due idiomi

domenica 26 gennaio 2020
verbi e di verbi

Colonna infame - testo in versi di Bianca Mannu - inedito
Sentirsi e ritenersi simile in tutto e per tutto agli sfortunati che pernottano sotto lo splendido colonnato del Bernini.
Sono stata e sono solo più fortunata per avere sulla testa un tetto infinitamente più umile, ma più riservato, frutto di un lavoro modesto, non ben remunerato, ma che non ha conosciuto interruzioni nocive.
So dell'impegno del Papa e dei suoi vescovi collaboratori. Tuttavia mi riesce difficile sopportare questa realtà che, senza che si possa elevare un dito o chiamare in causa uno o più responsabili, genera milioni e milioni di poveri, come se ci fosse in natura un meccanismo perverso. Meccanismo, sì, ma orribilmente umano e con conseguenze così oceaniche da non poter offrire speranze di risoluzione, a meno che il mondo stesso non si faccia capace di affrontare efficacemente e positivamente il PROBLEMA.
Sentendomi insetto di fronte ad esso, sento un po' come mia la pelle dei poveri e degli impoveriti, e forse in parte miei i loro sentimenti. Dico quanto segue per ricordare come furono espropriate alcune popolazioni centro europee e gruppi umani ideologicamente connotati come alieni e pericolosi, ma rivolgo la memoria a questo presente fastidioso ricacciato nel silenzio o in una visibilità di comodo.
Sono stata e sono solo più fortunata per avere sulla testa un tetto infinitamente più umile, ma più riservato, frutto di un lavoro modesto, non ben remunerato, ma che non ha conosciuto interruzioni nocive.
So dell'impegno del Papa e dei suoi vescovi collaboratori. Tuttavia mi riesce difficile sopportare questa realtà che, senza che si possa elevare un dito o chiamare in causa uno o più responsabili, genera milioni e milioni di poveri, come se ci fosse in natura un meccanismo perverso. Meccanismo, sì, ma orribilmente umano e con conseguenze così oceaniche da non poter offrire speranze di risoluzione, a meno che il mondo stesso non si faccia capace di affrontare efficacemente e positivamente il PROBLEMA.
Sentendomi insetto di fronte ad esso, sento un po' come mia la pelle dei poveri e degli impoveriti, e forse in parte miei i loro sentimenti. Dico quanto segue per ricordare come furono espropriate alcune popolazioni centro europee e gruppi umani ideologicamente connotati come alieni e pericolosi, ma rivolgo la memoria a questo presente fastidioso ricacciato nel silenzio o in una visibilità di comodo.
Colonna infame
Ombre
di lacerti indegni
ci
struggiamo - sparsi –
col
grugno basso-
come
se faccia
fosse muso e ringhiasse …
…
e certo digrigna -
tra
cattivi denti - odio
e
inconfessabile vergogna.
A
incrociarci
riflessi
nel disgusto
della
gente perbene
c’incalza
la fame
e
l’animo canino
rimediato
nei vicoli
Cuocere
d’infamia
è
compensare
con
la breve pace
dello
stomaco
l’
urto osceno
delle
differenze
Scema
da noi
l’insegna
dell’umano
come
abito
che
si disfi
sulla
pelle
Il
freddo ci caccerà
dai
luoghi
illuminati
a giorno
frequentati
da
quelli che si lavano
da
quelli che dormono
sui
letti
Ci
spingerà a rannicchiarci
negli
ipogei dimenticati
rasentando
i cigli
dei
suburbi
Estiveremo solitari
come
i cani abbandonati
dai
vacanzieri
accanto
agli sfiati torridi
dei
tombini
e
ruberemo l’acqua
alle
fontane
Tremerà
d’orrore
e
di facile consolazione
la
comitiva dei turisti
sfiorando
la cresta d’ombra
che
ci raggruma
in
crosta infetta
a
deturpare
la
faccia irriverente
del
giorno.
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Etica e poesia

venerdì 17 gennaio 2020
Pagine letterarie: Rosso
Pagine letterarie: Rosso: Eventi che cambiano il colore delle giornate: la strada difficile da percorrere di Bianca Mannu Arrossarono i giorni le bandier...

sabato 30 novembre 2019
biancamannu42@gmail.com
Tempesta - Poesia di Eugenio Montale
Con un suono di corno
il vento arrivò, scosse l’erba;
un verde brivido diaccio
così sinistro passò nel caldo
che sbarrammo le porte e le finestre
quasi entrasse uno spettro di smeraldo;
e fu certo l’elettrico
segnale del Giudizio.
Una bizzarra turba d’ansimanti
alberi, siepi alla deriva
e case in fuga nei fiumi
è ciò che videro i vivi.
Tocchi del campanile desolato
mulinavano le ultime nuove.
Quanto può giungere,
quanto può andarsene,
in un mondo che non si muove!
Noticina – Preziosa come un vaticinio, gelida e tagliente
come una gemma di cristallo. La dedico a me e a tutti gli Italiani, alacremente impegnati con il fango.
E al sole, che li sbeffeggia dal cielo e dall’acqua in turbamento, oppongono sonnambuli la fiamma del pollice acceso sulla fede di
abitare il bel paese.
come una gemma di cristallo. La dedico a me e a tutti gli Italiani, alacremente impegnati con il fango.
E al sole, che li sbeffeggia dal cielo e dall’acqua in turbamento, oppongono sonnambuli la fiamma del pollice acceso sulla fede di
abitare il bel paese.

giovedì 28 novembre 2019
Tempesta - Poesia di Eugenio Montale

Con un suono di corno
il vento arrivò, scosse l’erba;
un verde brivido diaccio
così sinistro passò nel caldo
che sbarrammo le porte e le finestre
quasi entrasse uno spettro di smeraldo;
e fu certo l’elettrico
segnale del Giudizio.
Una bizzarra turba d’ansimanti
alberi, siepi alla deriva
e case in fuga nei fiumi
è ciò che videro i vivi.
mulinavano le ultime nuove.
Quanto può giungere,
quanto può andarsene,
in un mondo che non si muove!
Noticina – Preziosa come un vaticinio, gelida e tagliente
come una gemma di cristallo. La dedico a me e a tutti gli Italiani, alacremente impegnati con il fango.
E al sole, che li sbeffeggia dal cielo e dall’acqua in turbamento, oppongono sonnambuli la fiamma del pollice acceso sulla fede di
abitare il bel paese. Eugenio Montale era ligure!

domenica 20 ottobre 2019
Vecchiaia - da Quot dies di Bianca Mannu
Sgranando i suoi dinieghi la vita
sgocciola l’oscenità del suo fondo
Nel lucido rigore che sovverte
impietoso le più mendaci speranze
la disubbidienza irriducibile del
corpo
sbeffeggia un “voglio” superstite
nel vacillante tragitto tra muri
e maniglie …
E partorisce il disgusto
del supremo recesso esperito
nell’azzardo mattutino sino al sofà
per leggere
ancora il tempo del niente
sulla rugiada dell’erba.
Nota - La vecchiaia: soggetto di elusione e di pronunciata mistificazione nella società contemporanea. Testo scritto nella penultima decade del secolo scorso, lo dedicavo mentalmente alla fase declinante della vita di mio padre, con quanto di doloroso comportava. Ora sta per dire di me e di quanti, espunti dalla vita produttiva e dalla vita di relazione, "aspettano Godot".

lunedì 23 settembre 2019
Fabulazioni - da Tra fori di senso - poesia - di Bianca Mannu
Come di
passi una fuga
lungo androni
di niente
sdrucciolano
fabulazioni -
senza memoria
di senso -
s’affrettano verso
fine e fini-
occlusi
oppure
no -
indefinibili
forse
-
fradice di razionali
forme
e fori
casualmente fuse
in croci
di ramaglie conturbate
da estasi
selvagge
sotto croste di licheni
ispessite
di stanca vecchiezza
esauste
sorde
ai richiami dei venti
singhiozzanti
nell’asmatico flusso
delle antiche
lune
affogate nei pozzi
o assiderate
nella brina
che martirizza i germogli
Noticina - Il testo non è recente, ma lì ritorno per l'afflizione del troppo dire fuori dal senso. Tuttavia la parola, con senso o senza senso, è condizione di esistenza umana. Ringrazio Wrog, laboratorio politico e zona freestyle per i suoi interessanti articoli su scrittura e temi letterari. mi sono permessa di usare l'immagine qua sopra, che trovo bellissima e... parlante! (BM)
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domenica 4 agosto 2019
Étranges étrangeres = Strani stranieri - poesia di Jacques Prévert
Strani
stranieri
Uomini di paesi lontani
Cavie delle colonie
Dolci piccoli musicanti
Soli adolescenti di porta Italia
Bohémiens di porte Saint-Ouen
Apolidi d’Aubervilliers
inceneritori della grande immondizia
della città di Parigi
sbollenta tori delle bestie trovate
morte in piedi
nel bel mezzo delle strade
Tunisini di Grenelle
Reclutati debosciati
Manovali disoccupati
Polacchi del Marais di Temple di Rosiers
Ciabattini di Cordova carbonai di Barcellona
pescatori delle Baleari oppure del
Finisterre
scampati da Franco
e
deportati di Francia e di Navarra
per avere difeso in ricordo della vostra
la libertà degli altri
tormentati ed ammucchiati
ai bordi di un piccolo mare
dove poco vi bagnate
Schiavi neri di Fréjus
che ogni sera evocate
nei locali disciplinari
con una vecchia scatola di sigari
e qualche pezzo di fil di ferro
tutti gli echi dei vostri villaggi
tutti gli uccelli delle vostre foreste
e venite nella capitale
solo per festeggiare a passo cadenzato
la presa della Bastiglia il quattordici
luglio
Ragazzi del Senegal
esiliati espatriati e naturalizzati
Ragazzi indocinesi
giocolieri dai coltelli innocenti
che vendevate un tempo ai tavolini fuori
dei caffè
graziosi dragoni d’oro fatti di carta
piegata
Ragazzi troppo presto cresciuti e così
in fretta andati
che dormite oggi di ritorno al paese
col
viso nella terra
e con bombe incendiarie che arano le
vostre risaie
Vi è stata restituita
la moneta delle vostre carte dorate
vi sono stati resi
i vostri piccoli coltelli nella schiena
Strani stranieri
Appartenete alla città
appartenete alla sua vita
anche se ci vivete male
anche se morite.
Nota di B. Mannu
Autore poliedrico del Ventesimo, Prévert
fu molto popolare in Italia, più per i suoi film che per i suoi scritti. La sua
produzione poetica, imparentata alla fotografia e alla cinematografia, fu considerata di stampo realistico e affine al
neorealismo italiano, allora in auge da noi.
Lasciamo ai critici le collocazioni e i
limiti nel parterre storico letterario. La sua fama attuale sembra riguardare
principalmente le poesie d’amore, testi d’impatto immediato, canzoni senza
tempo. Quando, come da noi, tutto vacilla e promette buriane, l’amore, sia pure letterario, è
un ideale ombrello di fuga e di sognante asilo. Specialmente in tempi come il
nostro che d’«amor sui» e peste ad altrui si fa
gridata professione per voce sola e corali.
Invece rileggendo di Prévert certi testi
poetici e realistici, che chiamerei impegnati, trovo intera la forza incisiva,
ancora parlante. Oltre un secolo di storia, di migrazioni e di immigrati concentrata in questi versi. E mi domando: è Prévert
che ha scavalcato il suo giorno o il suo
giorno sta sopra noi e dura a tramontare? In ogni caso lui è grande ed è
presente al giorno, noi piccoli siamo un po’ anche morti.

giovedì 27 giugno 2019
De sos poetas e de su poetare - di Antonio Altana
Noticina - Trascrivo la secca presentazione di Antonio Altana per i Sardofoni e specialmente per gli innamorati del sardo-logudorese: "Una noa prella de Bianca Mannu Torrada in logudoresu.
tra sas intragnas de telecanales
imbarcados tra remos e tra velas
o subra parastazos lamentelas
de giojas e anneos virtuales.
È la gemella, per dir così, di quella del post precedente. Come non compiacersi!?
De sos poetas e de su poetare
Zentamine de “eo” sun sos poetas
zente isparta e pèrdida continu
intro de aposentos a pisinu
in mare de pabiros e retzetas
zente isparta e pèrdida continu
intro de aposentos a pisinu
in mare de pabiros e retzetas

imbarcados tra remos e tra velas
o subra parastazos lamentelas
de giojas e anneos virtuales.
Apostorzados in antologîas
che pumatas restadas in sas manos
o in pischeddos de sos ortulanos
resende contos in burgadas ghias
che pumatas restadas in sas manos
o in pischeddos de sos ortulanos
resende contos in burgadas ghias
de eddias, caldanas e dolores
de tocasanas cun ervas e chimas
resadas cun sos dicios o cun rimas
o poesia in fumu chena ardores
ch’atraessant sos versos tessidores
cun nuscu lebiu… de lanzas madias.
de tocasanas cun ervas e chimas
resadas cun sos dicios o cun rimas
o poesia in fumu chena ardores
ch’atraessant sos versos tessidores
cun nuscu lebiu… de lanzas madias.
Zentamine de “eo” sun sos poetas
e onz’unu solu - pro costitussione –
Intro buscica de su Sé ch’impone
Curende ninfas pro notas perfetas
e onz’unu solu - pro costitussione –
Intro buscica de su Sé ch’impone
Curende ninfas pro notas perfetas
E orchidare in ervas ois e tuncios
cun ramuzos in padru leterariu
ue cosmu grascia, e feu umanitariu
ispuntant in sos pasculos furuncios.
cun ramuzos in padru leterariu
ue cosmu grascia, e feu umanitariu
ispuntant in sos pasculos furuncios.
Custos imbarzos dulches de surzire
cun aundadas de licos enzimas
de disizos e de avilimentu
in modu chi su se nadu retentu
leet de deus sas prus altas chimas
e pro modestia, su “deo” bestire
cun aundadas de licos enzimas
de disizos e de avilimentu
in modu chi su se nadu retentu
leet de deus sas prus altas chimas
e pro modestia, su “deo” bestire
Mancari cun metafora carrale
De su verbu aldiante
Cale siat un’oju universale.
De su verbu aldiante
Cale siat un’oju universale.
Unu “eo” – usuale a sos poetas –
chi bidet giaras sas cosas atesu
e sensos dae libros at ispresu
cun meda coro e passiones netas
chi bidet giaras sas cosas atesu
e sensos dae libros at ispresu
cun meda coro e passiones netas
poi pranghent s’esser solu islacanadu
cun sos amores in bida torrados
e un’astiu ferale rinnegadu.
cun sos amores in bida torrados
e un’astiu ferale rinnegadu.
Ispiant cussu “tue” chi in issos mancant
e cando no impitadu
che iscrannu abbratzadu
in chilciu de lugherra lebiu tancant.
e cando no impitadu
che iscrannu abbratzadu
in chilciu de lugherra lebiu tancant.
E sa poeta! Apoi osservassiones
e pianghida onzi movida de coro!
poi de meda declarare issoro
de tocasanas pro sas passiones…
e pianghida onzi movida de coro!
poi de meda declarare issoro
de tocasanas pro sas passiones…
e onzi solitu visciu cunclamadu
pro cantu regulare l’at ammissu
apende faladorzas traessadu
e pro d’nz’unu disanimu fissu
isparghet a modellu universale
compudu cun medida catastale…
pro cantu regulare l’at ammissu
apende faladorzas traessadu
e pro d’nz’unu disanimu fissu
isparghet a modellu universale
compudu cun medida catastale…
poi d’aer pintu frisos iscuridos –
in longu e largu e fintzas de traessu –
sos mazores ispantos coloridos –
regoglidos a fortza in donzi essu
de su “eo” poeticu cumbessu
in s’arcana natura remonidos
e in sas supesadas de cussentzia
chi litzitu isciarit sa parfentzia
in longu e largu e fintzas de traessu –
sos mazores ispantos coloridos –
regoglidos a fortza in donzi essu
de su “eo” poeticu cumbessu
in s’arcana natura remonidos
e in sas supesadas de cussentzia
chi litzitu isciarit sa parfentzia
de su proite asie no frecuente
reguardu a cussu “eo” esistentziale
de poeta ch’isbotat de repente
puru in antipoeticu sinzale -
e in parte bonucoro o sindigale
de cussu nois prus pagu aparente –
chena su cale bene non bi campat
perune – ma est neune si li mancat?
reguardu a cussu “eo” esistentziale
de poeta ch’isbotat de repente
puru in antipoeticu sinzale -
e in parte bonucoro o sindigale
de cussu nois prus pagu aparente –
chena su cale bene non bi campat
perune – ma est neune si li mancat?
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giovedì 20 giugno 2019
Dei poeti e del poetare da "Tra fori di senso" di Bianca Mannu
Dei poeti e del poetare
Una folla di io sono
i poeti.
Una folla sparsa e persa
dentro chiuse stanze
su spianate di carte
a bordo di velieri
nominali
di virtuali scaffali di doleances
di minimali gioie
di virtuose paranoie.
Assiepati stanno nelle antologie
come invenduti pomi
nelle ceste dei fruttaioli
di periferia
scandendo stagioni
scoprendo meteopatie verbali
proponendo meteo terapie
in rima e in libera caduta.
Ivi la poesia – un fumo
o forse meno – traversa i versi
con un vago sentore … di scansia.
Una folla di io sono
i poeti.
Ciascuno è solo - per costituzione -
dentro la vescica del
suo Sé
a gestire il demone del canto
a grufolare tra l’erba delle parole/pianto
a ruminare sulle pampas letterarie
dove Natura Bella
e umanità meschine
fioriscono in pascolo ferace.
Questi gli alimenti da metabolizzare
con i fluenti enzimi
del desiderio e della frustrazione
di modo che il Sé - nato piccino -
prenda statura da Dio
e per modestia
prenda nome di io –
magari sottinteso nella persona
del verbo contemplante
che funge da occhio universale.
Un io – quello
dei poeti –
dallo sguardo ipermetrope
e molti libreschi sensi
molto cuore e altri
debordanti sentimenti.
E piangono i poeti
la loro sublime solitudine
i loro oltretombali amori
i loro feroci e denegati odi.
Spiano quel tu che
a loro manca.
E – quando non
usabile
a guisa sgabello –
lo stringono – in
effigie –
nel cerchio
della loro flebile lucerna.
Il/la poeta! Dopo aver
sperimentato e pianto
ogni specie – consentita! –
di emozione …
Dopo molte dichiarate
antalgiche passioni
e ogni conclamata smania -
regolamentare! –
avendo percorso clivi
di personale scoramento
e averli estesi a modelli universali
di catasto e di visura …
Dopo aver dipinto in fregi neri -
![]() |
Chiudere fuori un problema è restare prigionieri del proprio pregiudizio. Un poeta è niente, se resta sordo ai triboli dei suoi simili. |
per lungo per largo e per traverso -
le più colorate sensazioni –
raccolte in forza
della specifica
entratura
dell’Io poetico
nei misteri della Natura
e nell’ascesi della Psiché -
lecito è domandarsi
“Ma perché
risulta così inusuale
che l’Ego esistenziale
del Poeta
si scopra e si
dichiari –
magari in forma antipoetica -
parcella solidale e sindacante
di quel noi meno
formale –
senza di cui bene ci campa
alcuna gente -
ma senza di cui si è … niente?”

sabato 8 giugno 2019
Quot dies - poesia edita di Bianca Mannu nella raccolta omonima
QUOT DIES
Processione di
giorni crocifissi
alla fretta
meridiana del pasto
che nulla
concede a melopèe
conviviali di
drammi abusati.
Tempo contratto
sul filo di bava:
crinale che
incide e sutura
i due lobi
coscritti del giorno.
Giorni
somiglianti ad altri giorni
come chiodi ad
altri chiodi
alla bocca
della stessa chiodaia.
E, inospiti,
sgranano …
Sorti agli
estremi taglienti …
… degli orli.
Una pace
cattiva li esala
e li intesse di
silenzi petrosi
con l’ansito
assiduo degli occhi
inselvati in un
“oltre” profano.
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lunedì 20 maggio 2019
Macchinismo - inedita di Bianca Mannu
Macchinismo
una statale appena - sognandosi autostrada -
ferocemente scuoia i suoi budelli …
Avvolge di furia indietro
la sua di piombo lunga
faccia in stato di fusione
Tra rombi e strida
la sua mascella si mantiene
ortogonale
ai raggi della stella meridiani
ostentando proterva la squisita
insegna
dell’artificio umano
Nessuna affinità con l’innocenza
assassina
dell’acqua stravolta e senza sguardo
figlia di terra che strapiomba
in teoremi d’obliato senso
Scroscia e stride indiscussa
l’arroganza piena d’occhi invece
del nostro familiare manufatto
che ci traveste da dei
pronti al misfatto.
Scroscia e stride vellicando
il fondo del diaframma viscerale
sulle nostre paure addormentate
dentro i crani disattivi
blindati in credenze … d’arredo
Sbraita oltre gli orli degli sperefundos [1]
l’arroganza – gasata e tronfia –
del Divus Tecnologicus –
pastore di customer senz’anima
Suonano ignote in quei baratri
delle nostre sciagure multiformi sirene
e di cani abbandonati arbitrarie
echeggiano canee
allo scoccare d’ogni solstizio estivo
Svegliarsi – addormentarsi - svegliarsi
ri-addormentarsi e ri-svegliarsi
(orribile nenia pendolare) nella gola degli urti
tra i fumi dell’attrito e il singhiozzo
dei clacson –
tra ermetici silenzi e il pulsare dei
fari –
tra le sirene perforanti e l’intervallo
infetto
trafitto da voci – quasi pigolii pungenti
di atterrati moribondi e redivivi gementi
L’archiviazione postuma procede segnando
sul conto delle funeste coincidenze
l’ennesimo misfatto - quasi che
un possente vulnus - forse più
ineluttabile
della gagliarda perfidia personale -
sia fatalmente inscritto nell’umano come
tale
Così ogni figlio di madre bipede –
senza più domande – impara sul campo
a scassare gli ingranaggi della vita
a spostarli sul gaudioso menù
dell’idiozia
e ad archiviare esiti simili perversi
quali prodotti di detta variabile
spettrale
che cade pronta da un cielo sempre
verticale
a imprimere il suo definitivo ruggito
a calcoli … già perfetti! – … A meno che
Allah -
o chi ne ostenti la procura -
se ne attribuisca cura e “merito”!
Notarella -Non ho l’abitudine né la presunzione di
commentare in versi la cronaca del giorno. Ma come ogni poeta/scrittore o, se preferite,
battitore libero (Quanto mai suddita d’un
genere, la lingua!), battitore libero di testi, tasti ed erbe di brughiera,
esposta (bando alla concordanza!) al
cipiglio di scettrati e coronati, degna
del segno meno - con cui si decorano “les femmes” d’ogni classe – sono porosa a quanto vortica d’intorno,
specialmente agli effetti di certi meccanismi.
Oggi apprendendo svolgimento ed esito,
debitamente filmati e postati sui social, della folle corsa di due ultratrentenni
Peter Pan, sono tornata a questo mio testo, il cui senso mi auguro venga colto
nella sua allusiva esorbitanza dal gesto richiamato. (BM)
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Poesia e società

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