venerdì 27 marzo 2020

LA PISCINA INCANTATA - da Dove trasvola il falco - silloge edita di B. Mannu


La piscina incantata

Sm … ar – smar …  ri – i … ta a a…
prima per sorte
e poi per scelta.
                                                
…Mi sono smarrita…
tra le radiografie
dove già sono scheletro.

…Mi sono smarrita…
tra le ricette crittografate
tra le «impegnative»
che sciupano
il tessuto sottile
dei miei contatti umani
che sfibrano
la mia esistenza sociale.

… Mi ero assopita …
tra le voci del corpo
come fossero liberi suoni
privi di destino e di scopo.
Ma erano oscuri richiami
trasfusi in un vento
oblioso e sicario.

Campane a martello
-idioma perduto-
traversano la mia storditezza.
Costretta.

All’ufficio protesti
riscuoto -con tassa di mora-
avvisi inerti e negletti.
M’imbatto nei miei malumori -
strinata e straniata in frammenti -
senza potermi incontrare.

Li bagno e li assemblo
con liquide liane
adoprando l’umore smorfioso
d’una piscina deserta.

Fingo affogare il mio male
nell’acqua clorata
in quel suo tepore uterino
che
chiude fuori il vento
e il malcontento
del giorno invernale.

Tento
 il brivido dell’annegamento
con immersioni fasulle
in un metro di fondo
equamente spartito
tra mattonelle celesti.

E mi volto – supina -
tempestando l’acqua sorniona
con le mie pale scomposte
per
respirare a bocconi
un’aria liquida di sapore basico
per
tossire e tossire
un’aspirazione di luce
in una geometria sfocata.

Il cielo resta - irraggiungibile
come vestigio di sogno resuscitato -
a sfumare oltre i lucernai
oltre
la trascendenza dei cirri.

La mente sbologna
nel dorso corporeo
le sue paure
fidando nella tenuta
di superfici stagne

Ora sto -

quale una/uno
che gode ancora di briciole
di prosperità in declino -
a galleggiare dondolando
come su una culla -
così cedevole -
così benignamente inaffidabile -
ma così
assolutamente morbida
da escludere il concetto di angolo
a profitto di quello di seno
che accoglie - senza reggerle -
le deprecate mollezze -
slavine morali su cedimenti d’ossa.

Pupille invaghite dello zenit
vanno a pesca di nuvole filiformi
assurdamente intrappolate
nella scacchiera dei lucernai
- incongruità degli spazi.

Il sole vive a tratti.
Ed è subito fantasma cilindrico
teso a congiungere poligoni di cielo
con le geometrie cavernose
di questo bagno lustrale.

Qui - al di sopra dei tropici -
l’acqua sciaborda ancora
nei centri di modesto benessere.
Anche in questo prisma
- che scimmiotta
la fresca cilestrità di fonti inviolate -
l’acqua gloglotta nei tubi -
genio romano antico docet.

Acqua
-mansuefatta in vasca-
ha pretese da specchio
Ma chioccola - cortese -
per impulso di corpi alieni.
E appanna per essi
la fragile sua limpidezza.

Lasciata alla piana
sua solitudine inerziale
si distende – adagio - a dormire
ciangottando ai raggi devitalizzati
d’uno spettro di sole.

Fusi di corpuscoli accesi
- tremanti per memoria di vita -
cedono i frantumi
alla rete diafana
d’una sinuosa nebbiolina
ch’evolve senza suono
a piangere
addosso alle vetrate di gelo
addosso alle facce dei muri
inutilmente dipinti di atmosfere celesti

Qui e ora
io
- fascio di sensi che di me
come di nessun altro dice -
qui mi congiungo
con la mia stanchezza precoce.

E lei - l’acqua prigiona -
risponde con brevi gocciolii
al proprio affrancamento dal mio peso
che invece mi ritorna addosso
come una maledizione.


Nota – Sono stata a lungo indecisa se riproporla al pubblico, in un momento, come questo, tragico al punto che la condizione di solitudine e di isolamento, faticosissima, è presupposto imprescindibile di senso solidale, in mancanza di ogni  comfort, anche minimamente affettivo esplicito. Inoltre sono stata a lungo indecisa se postarne solo uno stralcio,quello iniziale, nel quale si fa più aperto riferimento agli effetti della patologia. Ma poi ho considerato che la seconda parte  è metafora dell’allora imminente progressivo tracollo economico e sociale con l’incremento del senso di abbandono e di stanchezza dell’individuo che incontra solo la propria impotenza.   
 Il testo in oggetto è nato durante una sorta di convalescenza, successiva a un evento di difficoltà sanitaria personale che peraltro coincideva con i primi contraccolpi della crisi finanziaria del 2008, in cui si vivevano guai collettivi e personali, in un silenzio generale, dimentico di ogni concretezza, nello sgretolamento delle garanzie economiche e sanitarie prima conosciute. Per contro permaneva assordante e depistante il ben noto estetismo e l’altrettanto nota ideologia solipsista secondo cui ognuno deve egoisticamente badare a se stesso con le proprie risorse economiche e morali.Ma queste si rivelavano per i più sempre più inadeguate e più inutili rispetto alla dilagante solitudine dei momenti difficili, in assenza di operante solidarietà strutturata, quasi che l'individuo colpito fosse anche il solo colpevole e censurabile per le sue difficoltà.    
Il titolo della poesia fa esplicito riferimento al capolavoro di Tomas Mann, La Montagna incantata. In qualche modo la malattia o le difficoltà del corpo tracciano un solco tra l’individuo e il corpo sociale. Il disagio raggiunge inarrestabilmente anche individui sensibili che fanno parte delle classi agiate e che non hanno remore economiche nel cercare e trovare le migliori terapie. Stranamente, però, queste terapie non funzionano.
Vale anche il contrario, e cioè che le lacerazioni economiche sociali ed etiche (per esempio guerre, gravi disastri naturali, epidemie) provocano scosse psicologiche così gravi da rendere gli individui indifesi agli attacchi delle malattie e alle conseguenze depressive. Si assiste a una resa collettiva alla morte, morte sociale, morte fisica, tracollo culturale: decadenza generale, ma senza che si manifesti chiaramente l'emersione di qualche salutare consapevolezza. BM


lunedì 16 marzo 2020

Il "prossimo" di Agostino - testo in versi liberi di Bianca Mannu



Accesero lumi quei grandi …
Avevano grasso e stoppini
e accesero il fuoco nel cuore
a coloro che di tutto
avevano difetti e lacune
fame da rostri e canini 
ragioni di zappe e badili
e piaghe d’assenza

Sembra il sapiente Agostino
smentire un folle Gesù:
“Non è la grazia di Dio
bastevole coltre per tutti gli umani.
E sia tale il tuo cuore  cristiano!”
Questo! il santo modello
di occhio e di cuore
con cui pure ogni cosa terrena
si debba per precetto stimare

Come da strabico germe
polla  epidemico
il piglio meschino
di chi s’inventa celesti sostegni
per ancorare i suoi pieni terragni
e inverare sul campo del lucro
la fiaba perversa
con cui da sé si destina
- in presunta combutta divina -
a essere da sempre prescelto
a sentirsi per sempre salvato

Sembrava
che morte uguagliante
irridesse la strana pretesa
- né dal poi giunse mai
sicuro messaggio -
ma intanto è quaggiù
nel tacitato legame
tra oro e potere
che si giocano
gli ergastula amari
dei più.


Noticina- Nata nel 2017, l'ho rielaborata varie volte. A me, il problema della destinazione della ricchezza(= prodotto sociale, culturale e religioso) sommuove l'anima, sempre. Dunque questo testo non è affatto un parto freddo. Sì, so bene che questo genere tematico non incontra quasi nessun interesse nella rete, tanto meno se "in versi". Ma, avendo seguito una recente puntata di UOMINI e PROFETI a Radio3 con lo speciale titolo di "La cruna e il cammello", mi sono convinta a proporla qui. (B.M.)

domenica 8 marzo 2020

Muoia Covis19 dentro suo ospite vivo! Ma cambiamo passo! di Bianca Mannu


Fare e subire turismo erano fino a ieri destino e virtù condivise quasi globalmente . Virtù economiche(anche molto redditizie, se da scrivanie e non da carrelli, se presso grandi Hotel e meno se presso sbrigativi ed esosi paninari ), virtù sociali, culturali … col pericolo incombente del declassamento logistico … Transenne! Tasse di accesso! Difesa del decoro! Ricordate? Faceva agio la “democrazia turistica”. Unico argine: azionare la ganascia pecuniaria per contenere le orde dei visitatori al risparmio. Ma ora: indietro tutta!.
A guardare il fatturato del turismo (persino sottostimato per interessata omissione)si direbbe fosse  attività primaria. A differenza dei meno stimati settori  produttivi di beni, ci ha lasciato subito alla canna del gas. Senza contare che i suoi imprenditori rivendicano dallo Stato, cioè da noi tutti, un immediato risarcimento pecuniario; non si sa bene se per riconvertirsi o per  continuare l’andazzo precedente appena possibile.  Come se non avessero saputo che questo settore pur appartenendo al settore dei servizi, lo è sui generi s,  e che in date circostanze risulta, come si vede, tranquillamente superfluo rispetto a  necessità di base.
  L’agricoltura (per dirne una) al confronto? La cugina povera e sdrucita, “costretta”(dall’esosa voglia, nel Sud e nelle Isole, di buon rapido profitto quasi “pulito”) a un capitalismo becero e straccione, che spreme gli umani come frutti da macero, ma si fregia di nomi  e luoghi che, apparentemente ripuliti dello schiavismo a cielo aperto, brillano nella classifica degli scaffali.
Ora anche la parola TURISMO si connota in rosso, comunque. È il colabrodo più lasco della pandemia . Adesso, pur praticato con grande cautela, magari  vissuto elaborato e proposto  con stile letterario, non pare più tanto appetibile per i palati grossolani. Lavora per l’eccitazione delle contaminazioni, anche se di genere sottile. Ma già non va più bene, perché si vorrebbero chiudere tutti gli spifferi, anche mentali, come insegnano le mascherine malamente abbrancate per spaventare  i nostri, o le frasi e le “voci dal sen -patriottico -  fuggite”  a riprova di quanto siano spessi  i nuovi apicali copertoni dell’ignoranza  e della volgarità.
Il problema urgente è arginare, circoscrivere, bloccare gli inconsapevoli ospiti del Covis19 perché  - voglia Iddio ! - muoia lui dentro il suo ospite vivo! Intanto non si sa più chi resti rinchiuso e chi rimanga fuori. Il gioco è a chi ride per ultimo sulle rovine altrui e indovinare  in quale religione lo farà. La carità di patria distingue sempre tra il proprio cortile (caro /bello) da quello altrui (Puh!), salvo dover ripassare ogni strame.
Ma la scoperta più sensazionale è che il Turismo, il nostro turismo, il nostro cretinismo petrolifero, decade di colpo; sì, come una moda di poca presa. E, salvo mugugni  da parte dei fissati della libera clandestinità, si sfalda dolorosamente con tutto l’ambaradan  che lo motiva e lo rinfocola, con tutta la messe di spiccioli e stock Exchange! Come cenere. E non resta niente che sia fruibile durante la magra forzosa:  tutto il meccanismo e macchinismo diventa esoso, orpello ridondante.  In realtà si vende(va) meno Tiziano o Canaletto e assai di più cornici d’ogni foggia, da cui “immortalare” la nostra banale presenza  nei luoghi  “in”, acqua alta permettendo o rischio incluso. Si sono venduti a caterve i “c’ero anch’io” in foto per la combriccola dei social, dove si affaccia(va)no e si imbroglia(va)no reciprocamente i patiti delle comparsate di massa ai grandi Eventi.    
Stiamo vivendo e assistendo in prima fila – a qualcuno di noi capita di caderci dentro di brutto - a una congiuntura che taglia di netto  questa forma di economia, la quale cresce(va) parassitariamente sul manufatto già creato e archiviato, bilanciandosi su  quelle alterazioni furbe che alimenta(va)no in ogni persona l’illusione  di poter attingere  alla bellezza  artistica e naturale di ogni luogo e cultura senz’altre mediazioni che l’organizzazione dei mezzi e la  disponibilità del proprio portafogli. Stiamo constatando in questo momento già difficile che la forma più capillare di turismo,  organizzato su scala mondiale e locale con una densità non corrispondente ad alcuna necessità reale, non è affatto la via maestra capace di drenare capitali a favore della conservazione dei beni storico-artistici e naturali nei luoghi in cui si sono manifestati, bensì il modo più lineare rapido e lucroso di corrispondere agli appetiti voyeristici  e consumistici dell’incolto  spettatore con il correlativo imprenditore dell’ospitalità, l’uno e l’altro sbrigativi, mancanti di vera sensibilità conservativa. Volendo davvero espandere la capacità fruitiva delle persone, unitamente ad approfondimenti di natura storico-culturale ed educativa, ci si potrà giovare, invece, e con grandissima efficacia, della rete telematica a costi minimi, per il tempo in cui sarà superata l’attuale crisi sanitaria. Ne trarrà beneficio l’aria di tutti.
Allo stesso modo dovremmo considerare cosa saggia tenere efficiente e disponibile la sanità pubblica, dotarla di strumenti d’avanguardia e di personale altamente impegnato (CNR ) ad affrontare eventi ignoti che la circolazione globale, di uomini merci idee tecnologie e virus,  ci proporranno.  Strategie simili dovranno essere progettate e attuate in campo scolastico a cominciare dalle istituzioni pubbliche dedicate alla maternità e alla prima infanzia, alle scuole secondarie e università, alla condizione carceraria, oggi sottoposta a ulteriori limitazioni nei contatti sociali primari.  L’attuale ricorso frenetico a tamponare i buchi macroscopici del  SSN non dovrà riproporsi in nessun campo  che concerna la vita sociale. Questo dovremmo imparare tutti e disimparare la sciocca idea che il guadagno, maledetto e subito, valga sempre la candela.  
    




                                                                                                                                                 

Muoia Covis19 dentro suo ospite vivo! Ma cambiamo passo! di Bianca Mannu


Fare e subire turismo erano fino a ieri destino e virtù condivise quasi globalmente . Virtù economiche (anche molto redditizie, se da scrivanie e non da carrelli, se presso grandi Hotel e meno se presso sbrigativi ed esosi paninari ), virtù sociali, culturali … col pericolo incombente del declassamento logistico … Transenne! Tasse di accesso! Difesa del decoro! Ricordate? Faceva agio la “democrazia turistica”. Unico argine: azionare la ganascia pecuniaria per contenere le orde dei visitatori al risparmio. Ma ora: indietro tutta!.
A guardare il fatturato del turismo (persino sottostimato per interessata omissione) si direbbe fosse  attività primaria. A differenza dei meno stimati settori  produttivi di beni, ci ha lasciato subito alla canna del gas. Senza contare che i suoi imprenditori rivendicano dallo Stato, cioè da noi tutti, un immediato risarcimento pecuniario; non si sa bene se per riconvertirsi o per  continuare l’andazzo precedente, appena possibile.  Come se non avessero saputo che questo settore pur appartenendo al settore dei servizi, lo è sui generi s,  e che in date circostanze risulta, come si vede, tranquillamente superfluo rispetto a  necessità di base.
  L’agricoltura (per dirne una) al confronto? La cugina povera e sdrucita, “costretta”(dall’esosa voglia, nel Sud e nelle Isole, di buon rapido profitto quasi “pulito”) a un capitalismo becero e straccione, che spreme gli umani come frutti da macero, ma si fregia di nomi  e luoghi che, apparentemente ripuliti dello schiavismo a cielo aperto, brillano nella classifica degli scaffali.
Ora anche la parola TURISMO si connota in rosso, comunque. È il colabrodo più lasco della pandemia . Adesso, pur praticato con grande cautela, magari  vissuto elaborato e proposto  con stile letterario, non pare più tanto appetibile per i palati grossolani. Lavora per l’eccitazione delle contaminazioni, anche se di genere sottile. Ma già non va più bene, perché si vorrebbero chiudere tutti gli spifferi, anche mentali, come insegnano le mascherine malamente abbrancate per spaventare  i nostri, o le frasi e le “voci dal sen -patriottico - fuggite”, a riprova di quanto siano spessi  i nuovi apicali copertoni dell’ignoranza  e della volgarità.
Il problema urgente è arginare, circoscrivere, bloccare gli inconsapevoli ospiti del Covis19 perché  - voglia Iddio ! - muoia lui dentro il suo ospite vivo! Intanto non si sa più chi resti rinchiuso e chi rimanga fuori. Il gioco è a chi ride per ultimo sulle rovine altrui e indovinare in quale religione lo farà. La carità di patria distingue sempre tra il proprio cortile (caro /bello) da quello altrui (Puh!), salvo dover ripassare ogni strame.
Ma la scoperta più sensazionale è che il Turismo, il nostro turismo, il nostro cretinismo petrolifero, decade di colpo; sì, come una moda di poca presa. E, salvo mugugni  da parte dei fissati della libera clandestinità, si sfalda dolorosamente con tutto l’ambaradan  che lo motiva e lo rinfocola, con tutta la messe di spiccioli e stock Exchange! Come cenere. E non resta niente che sia fruibile durante la magra forzosa:  tutto il meccanismo e macchinismo diventa esoso, orpello ridondante.  In realtà si vende(va) meno Tiziano o Canaletto e assai di più cornici d’ogni foggia, da cui “immortalare” la nostra banale presenza  nei luoghi  “in”, acqua alta permettendo o rischio incluso. Si sono venduti a caterve i “c’ero anch’io” in foto per la combriccola dei social, dove si affaccia(va)no e si imbroglia(va)no reciprocamente i patiti delle comparsate di massa ai grandi Eventi.    
Stiamo vivendo e assistendo in prima fila – a qualcuno di noi capita di caderci dentro di brutto - a una congiuntura che taglia di netto  questa forma di economia, la quale cresce(va) parassitariamente sul manufatto già creato e archiviato, bilanciandosi su  quelle alterazioni furbe che alimenta(va)no in ogni persona l’illusione  di poter attingere  alla bellezza  artistica e naturale di ogni luogo e cultura senz’altre mediazioni che l’organizzazione dei mezzi e la  disponibilità del proprio portafogli. Stiamo constatando in questo momento già difficile che la forma più capillare di turismo,  organizzato su scala mondiale e locale con una densità non corrispondente ad alcuna necessità reale, non è affatto la via maestra capace di drenare capitali a favore della conservazione dei beni storico-artistici e naturali nei luoghi in cui si sono manifestati, bensì il modo più lineare rapido e lucroso di corrispondere agli appetiti voyeristici  e consumistici dell’incolto  spettatore con il correlativo imprenditore dell’ospitalità, l’uno e l’altro sbrigativi, mancanti di vera sensibilità conservativa. Volendo davvero espandere la capacità fruitiva delle persone, unitamente ad approfondimenti di natura storico-culturale ed educativa, ci si potrà giovare, invece, e con grandissima efficacia, della rete telematica a costi minimi, per il tempo in cui sarà superata l’attuale crisi sanitaria. Ne trarrà beneficio l’aria di tutti.
Allo stesso modo dovremmo considerare cosa saggia tenere efficiente e disponibile la sanità pubblica, dotarla di strumenti d’avanguardia e di personale altamente impegnato (CNR ) ad affrontare eventi ignoti che la circolazione globale, di uomini merci idee tecnologie e virus,  ci proporranno.  Strategie simili dovranno essere progettate e attuate in campo scolastico a cominciare dalle istituzioni pubbliche dedicate alla maternità e alla prima infanzia, alle scuole secondarie e università, alla condizione carceraria, oggi sottoposta a ulteriori limitazioni nei contatti sociali primari.  L’attuale ricorso frenetico a tamponare i buchi macroscopici del  SSN non dovrà riproporsi in nessun campo  che concerna la vita sociale. Questo dovremmo imparare tutti e disimparare la sciocca idea che il guadagno, maledetto e subito, valga sempre la candela.  
    




                                                                                                                                                 

venerdì 31 gennaio 2020

Colonna infame- tandem logudorese-italiano - A. Altana e B. Mannu

Culunna infame – testu in versos de Bianca
Mannu. Bortada in logudoresu dae antoni altana.


A s’intender e a si ritenner chepare in totu e pro totu a sos disgrasciados chi pernotant suta su culunnadu de Bernini.
So istada e so ebbia prus fortunada pro aer
subra sa conca una cobertura infinidamente pru umile, ma prus riservada, frutu de unu trabagliu
modestu, non bene pagadu ma chi no at connotu arressas noghentes.
Isco de s’impignu de su paba e de sos pìscamos suos cullaboradores. In totu cussu mi benit difìtzile suportare custa realidade chi chena chi si potat alciare unu pòddighe o faeddare in càusa unu o prus responsabiles, zènerat miliones e miliones de mìndigos, comente chi bi siat in natura unu mecanismu perversu. Mecanismu sì, ma terrorosamente umanu e chin cunsighentzias gai oceànicas de non poder istrinare isperàntzias de risulta, a parte chi su mundu mantessi non si fatat capatze de afrontare cun eficèntzia e positivamente su problema.
intendende∙mi unu bobboi rispetu a cussu intendo comente de esser mia sa pedde de sos poberitos, e forsis in parte mios sos issoros sentidos. Naro cantu sighit pro ammentare comente isteint ispropriadas tzertas pobulassiones de tzentru Europa e sòtzios umanos ideologicamente connotados comente e istranzos perigulosos, ma bolto sa memòria a custu presente fastizosu ispajadu in su mudore o in una visibilidade de cumbeniu.

Culunna infame

Umbras de indigna ispulpuzada,
nos distruimus – ispartos -
a faccia in terra –
che cando custa cara
siat murru e raunzet…
…e tzertu arranzat
tra dentes arrabidas – in odiu
e incunfessabile birgonza.

E atopare
riflessos in disgustu
de sa zente bonaria
fàmine nos ispronat
e animu caninu
coglidu in tirighinu

cogher de infamia
e cumpensare
cun paghe curtza
de istogomo
s’atzumbu oscenu
de sas diferentzias.

Benit mancu dae nois
S’insigna de s’umanu
Comente beste
Chi s’iscosit
Subra sa pedde

Su fritu nos ch’at a catzare
Dae logos
Illuinados a die
Frecuentados
Dae cussos chi s’isciucant
Dae cussos chi drommint
In sos letos
Nos at a ispingher a nos mujare
in sepulcros ismentigados
rasentende sos oros
de sos burgos.

Amus a passare solos s’istiu
che canes abbandonados
dae sos vacantzeris
serente a sos buddidos isalenadores
de sos tumbinos
e amus a furare s’abba
a sas funtanas

At a tremer de orrore
E de fatzile consolu
Su fiotu de sos turistas
isfiorende inghirios de s’umbra
chi nos apietat
in crosta impestada
a guastare
sa cara irrispetosa

de sa die.

Colonna infame - testo in versi di Bianca Mannu - inedito

Sentirsi e ritenersi simile in tutto e per tutto agli sfortunati che pernottano sotto lo splendido colonnato del Bernini.
Sono stata e sono solo più fortunata per avere sulla testa un tetto infinitamente più umile, ma più riservato, frutto di un lavoro modesto, non ben remunerato, ma che non ha conosciuto interruzioni nocive.
So dell'impegno del Papa e dei suoi vescovi collaboratori. Tuttavia mi riesce difficile sopportare questa realtà che, senza che si possa elevare un dito o chiamare in causa uno o più responsabili, genera milioni e milioni di poveri, come se ci fosse in natura un meccanismo perverso. Meccanismo, sì, ma orribilmente umano e con conseguenze così oceaniche da non poter offrire speranze di risoluzione, a meno che il mondo stesso non si faccia capace di affrontare efficacemente e positivamente il PROBLEMA.
Sentendomi insetto di fronte ad esso, sento un po' come mia la pelle dei poveri e degli impoveriti, e forse in parte miei i loro sentimenti. Dico quanto segue per ricordare come furono espropriate alcune popolazioni centro europee e gruppi umani ideologicamente connotati come alieni e pericolosi, ma rivolgo la memoria a questo presente fastidioso ricacciato nel silenzio o in una visibilità di comodo.

Colonna infame

Ombre di lacerti indegni
ci struggiamo - sparsi –
col grugno basso-
come se faccia
fosse muso e ringhiasse …
… e certo digrigna -
tra cattivi denti - odio
e inconfessabile vergogna.

A incrociarci
riflessi nel disgusto
della gente perbene
c’incalza la fame
e l’animo canino
rimediato nei vicoli

Cuocere d’infamia
è compensare
con la breve pace
dello stomaco
l’ urto osceno
delle differenze

Scema da noi
l’insegna dell’umano
come abito
che si disfi
sulla pelle

Il freddo ci caccerà
dai luoghi
illuminati a giorno
frequentati
da quelli che si lavano
da quelli che dormono
sui letti
Ci spingerà a rannicchiarci
negli ipogei dimenticati
rasentando i cigli
dei suburbi

Estiveremo solitari
come i cani abbandonati
dai vacanzieri
accanto agli sfiati torridi
dei tombini
e ruberemo l’acqua
alle fontane

Tremerà d’orrore
e di facile consolazione
la comitiva dei turisti
sfiorando la cresta d’ombra
che ci raggruma
in crosta infetta
a deturpare
la faccia irriverente

del giorno.

domenica 26 gennaio 2020

verbi e di verbi

Colonna infame - testo in versi di Bianca Mannu - inedito

Sentirsi e ritenersi simile in tutto e per tutto agli sfortunati che pernottano sotto lo splendido colonnato del Bernini.
Sono stata e sono solo più fortunata per avere sulla testa un tetto infinitamente più umile, ma più riservato, frutto di un lavoro modesto, non ben remunerato, ma che non ha conosciuto interruzioni nocive.
So dell'impegno del Papa e dei suoi vescovi collaboratori. Tuttavia mi riesce difficile sopportare questa realtà che, senza che si possa elevare un dito o chiamare in causa uno o più responsabili, genera milioni e milioni di poveri, come se ci fosse in natura un meccanismo perverso. Meccanismo, sì, ma orribilmente umano e con conseguenze così oceaniche da non poter offrire speranze di risoluzione, a meno che il mondo stesso non si faccia capace di affrontare efficacemente e positivamente il PROBLEMA.
Sentendomi insetto di fronte ad esso, sento un po' come mia la pelle dei poveri e degli impoveriti, e forse in parte miei i loro sentimenti. Dico quanto segue per ricordare come furono espropriate alcune popolazioni centro europee e gruppi umani ideologicamente connotati come alieni e pericolosi, ma rivolgo la memoria a questo presente fastidioso ricacciato nel silenzio o in una visibilità di comodo.

Colonna infame

Ombre di lacerti indegni
ci struggiamo - sparsi –
col grugno basso-
come se faccia
fosse  muso e ringhiasse …
… e certo digrigna -
tra cattivi denti - odio
e inconfessabile vergogna.

A incrociarci
riflessi nel disgusto
della gente perbene
c’incalza la fame
e l’animo canino
rimediato nei vicoli

Cuocere d’infamia
è compensare
con la breve pace
dello stomaco
l’ urto osceno
delle differenze

Scema da noi
l’insegna dell’umano
come abito
che si disfi
sulla pelle
 
Il freddo ci caccerà
dai luoghi
illuminati a giorno 
frequentati
da quelli che si lavano
da quelli che dormono
sui letti
Ci spingerà a  rannicchiarci
negli ipogei dimenticati    
rasentando i cigli
dei suburbi

Estiveremo  solitari
come i cani abbandonati
dai vacanzieri
accanto agli sfiati torridi
dei tombini
e ruberemo l’acqua
alle fontane

Tremerà d’orrore
e di facile consolazione
la comitiva dei turisti
sfiorando la cresta d’ombra
che ci raggruma
in crosta infetta
a deturpare
la faccia irriverente

del giorno.