
La tesi che
attraversa l’opera, come una corrente leggera e sotto traccia, è che gli umani
perseguono l’immortalità, quale
tentativo e modo di sottrarre alla morte qualcosa di sé. Propensione nota,
studiata e metaforizzata fin
dall’antichità. Ma il Nostro fa in modo
che il desiderio di essa scaturisca dal semplice darsi da fare a vivere giorno
per giorno, ma anche a non dissiparsi completamente nel presente. Infatti i
personaggi – accompagnati dallo sguardo benevolo dell’Autore nel loro
quotidiano - dedicano una porzione di energia per salvare di sé alcunché di
immortale e si applicano a pregustarne gli effetti nel loro presente. Noi persone
comuni, abituate a ragionare in termini di tempo della vita, non pensiamo
davvero a un’immortalità immortale, se mi si passa il bisticcio. Cerchiamo di
dilatare il nostro presente nell’altrui tempo futuro. Il desiderio di
estensione non è uguale per tutti. Sono i
ruoli sociali, il grado di cultura e la temperie civile in cui si è inseriti a
ritagliare l’orizzonte di immortalità a cui ciascuno può aspirare, perché traspare
presto che la disponibilità di tempo risulta preliminare all’insorgere del suo
desiderio. Questo desiderio pare scaturire – secondo la scrittura di Kundera – più
prepotentemente nel momento in cui la vita sembra tradirti o cacciarti in un
“cul de sac”. Ma perché quell’aspirazione prenda forza, occorre che questa
stessa vita ti conceda anche opportunità e tempo per riflettere-arzigogolare e
ti abbia già fornito anche gli strumenti psicologici e culturali per parlare a te
stessa/o, tirarti dentro gli altri – vivi e morti - e discuterci, tirare le
fila del tuo esistere.
Non vi è spazio, nel
racconto di Kundera, per la concezione escatologica dell’immortalità. Essa è
chiamata in causa come semplice funzione dell’ immaginario: tu sogni di restare
in qualche modo viva/o, da morta/o, tra i vivi. Sogni ed agisci, ora, in un
modo che ti fa ritenere che i vivi non possano, non vogliano, non sappiano
prescindere dal percepirti presente come un’istanza interiore forte; istanza
affettiva oppure etica oppure intellettuale o tutte queste cose insieme. Naturalmente
sai perfettamente che nulla di ciò che costruisci con quel fine, potrà essere
oggetto di constatazione. Nondimeno persegui lo scopo corrispondendo a un
godimento immaginario e attivando quel godimento nel tuo presente.
Questo è, grosso
modo, l’assunto concettuale dell’opera. Ma non è esposto in forma trattatistica,
bensì, inserito con agilità come un sottotesto che trapunta e accompagna
piacevolmente il testo narrativo. Quest’ultimo sbalza a tondo e dinamizza i
personaggi traendoli in vortici, non solo e non tanto per azioni e reazioni, ma
per cambi di prospettiva, di modo che situazioni, apparentemente ovvie, divengono
momenti nodali del vivere, tra concomitanze, collisioni o rievocazioni mentali.
Per quel che mi è dato capire, Kundera
non persegue la linearità logica e cronologica del romanzo classico e neppure
la sinusoide del romanzo novecentesco condotto come flusso di coscienza; o
meglio, usa anche questa tecnica a servizio dei personaggi e per sequenze definite.
I personaggi prendono vita da un gesto che non rappresenta l’essenza dell’io
soggettivo, né una sua creazione, bensì un circuito, un modello preesistente
attorno al quale si struttura quell’io. Un gesto è come un lemma linguistico, precede
il soggetto e permette al soggetto di strutturarsi agganciando gesti e lemmi
analoghi o dissimili in partite che chiamiamo relazioni fra umani. Le persone sono incarnazioni di gesti e tratti,
comuni a una pluralità di soggetti. «… il
gesto è più individuale dell’individuo … molta la gente pochi i gesti …
Siamo … i loro portatori.» Assicura
Kundera.
Insomma i soggetti
sono in qualche modo seriali: si passano i gesti come si passano parole, motti,
atteggiamenti. Le specificità personali, i caratteri, scaturiscono nella
differenza delle aspettative reciproche, nella torsione di gesti identici diversamente
assemblati nel gioco interattivo, nella dialettica io-me-altro-altri, ma anche
dalle inaspettate risonanze che la ripetizione reale o mentale di un certo
gesto produce in noi – che appariamo o riteniamo essere la fonte - allorché lo
vediamo in altri come in uno specchio, magari deformante.
Dati questi
presupposti, lo scrittore si sente pienamente motivato e giustificato nel
saltare da una contemporaneità storica a un’altra, nel raccontare e trovare
elementi di analogia tra situazioni e contesti assai differenti E perciò
agilmente può sospendere temporaneamente e alternativamente l’intreccio tra
personaggi costruiti come viventi nella Parigi attuale e spostare agilmente la
propria osservazione su storie documentate e passate in giudicato, come quella
che, per esempio, segnò il rapporto tra Goethe e Bettina Brentano. In questa –nella
riconsiderazione kunderiana - la sete d’ immortalità e la sua amministrazione hanno un rilievo più
ampio, venato di fraintendimenti e di sottili ambiguità discorsive, che il Nostro fa emergere e di cui rivela la vera posta
nel gioco: il presunto possesso delle chiavi interpretative di un buon tratto
di storia e di letteratura.
Ampi e variegati sono gli spazi concettuali che l'Autore attiva mediante narrazioni che egli sviluppa come se parlasse mentre osserva i suoi personaggi col puntiglio dell'entomologo.
Questa e altre singolarità contraddistinguono il piglio narrativo di questo
straordinario scrittore: egli apre un cantiere, dispone en plain air i suoi
attrezzi: sensibilità umana, orecchio ai
suoni, curiosità, osservazione, esperienza, scienza e immaginazione. Preleva
dal vero dei modelli, dei tratti non psicologici, nel senso di cui s'è detto. Su di essi costruisce pezzo a pezzo dei
personaggi e li fa vivere ciascuno per sé e nella coscienza dell’altro; non dissimula
affatto i suoi procedimenti, anzi li rivela strada facendo e compie ampie digressioni
circa l’uso delle “impalcature”e dello strumentario, con perizia e ironia, e li
lascia poi a pulsare e dire il loro ruolo nell’opera.
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