
Le radici non stanno nella terra che casualmente ti ospita e che t'insegnano a chiamare Patria, cioè terra del Pater,che non è quasi mai il babbo, ma il Patriarca-padrone, il quale talvolta abita lussuosamente altri luoghi. Le radici sono le invisibili e spesso insapute/dimenticate connessioni storiche che ti assegnano il posto da cui spremere, tra sudore e paura, quel qualcosa che diventa energia, respiro. Se incroci il caso fortunato, occupi uno spazio e vivi in un modo che altri hanno sudato per te e che tu
spesso ignori
Questa. che ho enumerato in questi e altri versi liberi
è la mia genealogia e la mia parentela.
Sono sarda, ma i miei ascendenti e discendenti sono sparsi a faticare nel mondo

Figlia di liberti
Non so che cosa sia un chiuso
-
un campo coltivato - un orto
…
M’è ignota la terra che mi
nutre.
Così delle sue viscere altro
non so
se non che vi alberga la
sorgente
di certi monili che attestano
quella nuova – non meno di
quella
che le antiche mie madri –
tra un fiato
e l’altro del loro eterno
faticare –
mettevano in parola di conferma –
per l’infausta progenie
femminile -
intorno al fuoco – avanzando
sera.
M’è ignoto il sentore aspro
della terra
ferita dal chiodo
dell’aratro.
Bestia d’allevamento urbano –
lascio ad altri gli effetti
corporali
del burbero e moderno
scotimento del trattore
e di quello mandibolare della
mietitrebbiatrice.
Non so il gusto del fango
che nutriva le patate
interrate nei
terrazzamenti.
E i suoi effetti non so
sulle “faldette” delle nonne
inginocchiate sul costone.
Diveniva – seccandosi sul
tubero -
teca di conservazione
nell’interrato/stalla dove –
sullo stesso strame
della mucca figliata -
il ventre d’una mia ava
partoriva il mio passato
come acconto in bianco
sulla futura carne.
Non ho abitato le case/covile
addosso alle falesie
né le capanne di legno vivo
e vive frasche
ho abitato - servo pastore
in tanche di costiera
o in quelle di bassura – in
condominio
Non ho corso le onde
sui gusci di noce
per strappare alla vita –
con reti o con paranza-
la vita di creature
costrette a guizzare
il proprio morire di
soffocamento
nel vento sordo
dei loro affannati
giustizieri.
Neppure abitano le mie tante
paure
le convulsioni dei
fortunali salsi
né i repentini viraggi d’acque
a complotto coi nembi
gonfi di saette …
Perché – verme di terra
bitumata –
le ho vissute al più come
parola -
come emblema e figura
d’una Natura temibile e
possente
ma ammansita e reclusa
entro il perimetro delle
cartoline.
Né per scelta né per dovere
la penso intimidita – la Natura -
dall’alta arroganza delle
corazzate
o dalla goffa gravezza delle
petroliere …
Neppure mi muove
la volgare illusione di
ridurla alla mercé
della falsa apparenza di
pingui crociere
in tour transoceanico …
No, non conosco l’immenso
orrore
della solitudine
nel mare freddo e nero
che m’ inghiotta e mi sbatta
contro le paratie
indifferenti
del vicino Continente -
contro i rocciosi tradimenti
del suo cuore umanitario
assoggettato alle cattive
ragioni
del suo viscere
in formato capitale.

Noticina: La composizione continua nel prossimo post. (B.M.)
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