domenica 24 marzo 2019

Ve lo dico in versi - messaggio in bottiglia di Bianca Mannu

Non c'è abbastanza forza, non c'è abbastanza animo e perizia di parola, non posso contare su una dialettica capace di graffiare l'irta superficie di questo presente che ci vuole tutti innamorati della parola definitiva dall'apparenza secca che si svende (e tu l'accatti come una pepita regalata dalla dea bendata) e che invece - ma senza inganno, perché  così ingenuo non sei - esibisce schizzi e sbrendoli di visceri... Niente ti pare più autentico d'un viscere che parla! E ti sembra che parli proprio a te e per tuo conto: ah! Un contatto diretto con la verità in persona... Sì, sta scritto in tutti gli spot, in quasi tutti i post dei social, in maree di soap opere e di films, di articoli di stampa e di pubblicazioni online, sta scritto che la verità alberga nel buco più profondo d'uno sfintere capace di vellicare all'azione le mani, i piedi, la bocca, e i loro prolungamenti meccanici.  Sentirsi vendicato e nutrito, anche per un solo istante di sogno! 
Oppure? Oppure dubita di questo tutto, che certo è molto incattivito perché ha dimenticato l'Origine, la grande Ragione originaria che aveva per ogni cosa il ruolo e la parola giusta, una, quella del re, del papa, del principe, del signore locale, quella dello sgherro, che tanto avevano in un dio silenzioso e cifrato il Disegno, e non c'era da sbagliare. Lo sbaglio è avvenuto, sarebbe avvenuto, - costoro non usano tanto volentieri i dubitativi - per colpa di chi, indisciplinato, ha provato  a progettare un altro ordine con altri indisciplinati. Così, è nata la confusione generale, dicono certi signori - pure accademici titolati - i quali si stanno riunendo a consesso per rimettere le cose a posto, al modo del bel mondo antico del rispetto e della pace! 
A ben guardare questi due corsi si connettono bene fra loro, perché nulla vieta all'uomo del buon tempo antico e alla donna della casa di sentirsi appellati da dio tramite i propri visceri, tutti assemblabili sotto il nome di anima. Il Lui di turno sarà magari una grande Anima, ma lei resterà sempre un po' più piccola, indicabile con la lettera minuscola.
Essendo un po' disperata per lo stato terreno e celeste, io, qualche mia perplessità, ve la dico in versi estrapolati da  mie diverse composizioni con cui non mi consolo.

In marcia

Torme di umani in marcia: miseria generale.
Ciascuno si sente infetto del problema personale.
Il dorso sopra i visceri contratto a inutile difesa.
Sibillina o mortifera circola anonima –
in agguato- mista alle polveri - l’offesa
nel vento detonante.
Si sosta in cunicoli e in anfratti di muri per sfuggirle –
si veglia in bilico sul piede della fuga
si trattiene il respiro sopra il lume cieco
della vita afflosciato sul suo minimo
dentro il sistema limbico …
Si sposta con le torme dei fuggiaschi
una miseria fetida di morte.
Di morte in morte riaffiora
aggrappata alla creatura puntata sul resistere.

Spiaggiata in corpi esausti - arranca verso
gli angoli d’un mondo che la teme
come se già non ci dormisse insieme …
Involta nelle pieghe ora più fruste
di vesti scombinate da molteplici accidenti
tuttavia dilaga oscenamente maschia
nel sole dei giardini
s’infratta nei timidi cespugli
quasi a voler scansare l’evidenza
che impone del derelitto la familiarità con l’indecenza.

La città nobile scioglie nel frizzo mattutino
tra eleganti palazzi il traffico operoso
e fluisce umanamente babelica
intorno al suo epigastrio.

Ma a sera espone l’opulenza dei lumi
esulta di colori e di profumi
spumeggia di movida espone sul passeggio
l’indifferenza ferina dei carini e il loro futile corteggio.
Ecco l’immagine di copertina.

Ma - come la notte avanza incontro alle ore piccoline –
     s’attenuano le luci e i belli
tornano ad abitare i lussuosi ostelli.
Allora sono le ombre dei porticati e degli androni
a riempirsi di sbadigli sussurri e strabalzoni …
È l’altra umanità che – suo malgrado –
occupa la lista d’ombra della quinta –
che il nottambulo rasenta senza averla distinta –
che l’ultimo galoppino delle pizze
annusa fuggendo verso il suo fastigio
gravido d’un domani che – già se lo figura –
riserva solo appena qualche sfumatura di grigio.

Luci basse in quarta di copertina.

Solita storia

Che cos’altro ti pare
rimanga da fare
per noi figlie sempre obbedienti
al femminino perentorio
fabbricato all’esterno
indi importato come  legge
del paterno romitorio.
..........................................

Che cos’altro resta da fare
dopo l’amore  voltato in dovere
dopo i bambini da partorire
dopo le pappe da confezionare
dopo le febbri da curare
appresso agli infanti da sorvegliare
agli scolari con cui compitare
e alla morale da impartire –
insostituibile vicaria fedele
dell’ostinata griffa patriarcale?

Resta forse un pezzo di vita:
esser presenti al finale di partita.
Avendo vissuto – o donna oscura -
l’altrui vita per procura
da protagonista or puoi recitare
il tuo atto unico di grande  bravura
 e ancor prima del tuo requie
disporre per altri funebri esequie.

Se sul finire del tuo tragitto
 ti resta un raggio d’intelletto
puoi tracciare un rigo netto
e segnare in verbo asciutto
d’avere fatto quasi tutto:
ma negli annali della Storia
di te ben poco resta in memoria.

Dicendoti donna fedele e modesta
la tua legge è rimasta questa:
in prima istanza la famiglia
con la carriera del marito
fonte di grano concupito.
Il matrimonio della figlia
è una meta e l’occasione
di alzare l’asta della magione.
La politica e la burocrazia
son per il pargolo la giusta via.
.....................................................

Ma quivi giunta forse la vita
ti regala stizzoso un prurito
di celebrarti con lo scritto
poiché bazzicasti a lungo la scuola
e sai compitare qualche parola

Lo scritto in versi l’avevi nel sangue
il tema è pronto e da tempo langue
nel tuo diario dove – ibernato -
giace il tuo cuore innamorato.

Innamorato e di nuovo  fremente
per quel giovane avvenente
che  imperversò nella tua vita
lasciandoti sola e impoverita.
Se ancora vivo e con l’aterosclerosi
non può godersi l’apoteosi.
 Nel Web


… lungo le strade del Web
sulle piazze del web
certi menestrelli
privi di pappagalli
distribuiscono a tutti i naviganti
miracolose ricette volanti
ghermite in angoli dispersi –
smarrite perle - diresti –
secondo cui – volendo - potresti
conseguire con facilità
gioie tante
dolori scarsi
comunque cosparsi
di polveri esilaranti
 e di finta felicità …
In rivolta

Tracima
in rivolta
fino al bianco degli occhi
il mio sangue
a sballottare un pensiero
incapace di farsi
parola.

Quale parola?
Forse questa che posa
disponibile
sulla soglia più esposta
al passaggio di chiunque
o l’altra più in là
moralista
che occupa un’ampolla
che pare di vetro
e quasi sta … di pietra?

Né ampolla né vetro
ma l’erompere
in colposa trasparenza
come rrrabbbia:
montante gorgoglio dell’erre      
scagliata sull’«a» 
di repentino acciaio       
erta a comprimere il fiato
verso la fessura orale
in tenuta semistagna  
per effetto di inavvertiti
argini labiali –
innesco meccanico
definitivo scatto in fuori -
sparo di senso
in mezzo all’aria esterna
che si sposta stupita
e già stanca.

Il nome della rabbia
è il ricordo spettrale
del sangue agli occhi
del lampo assassino
nelle iridi incassate
come fucilieri pronti
dietro le feritoie
dell’immaginazione.           

venerdì 8 marzo 2019

8 marzo, giornata internazionale della donna

Nota - Non mancano quotidiane ragioni per indicare ciò che non va nella condizione femminile in tutti i paesi del mondo. Non mancano ottime ragioni alla nostra lotta, evidente o silenziosa che sia.
Si profilano all'orizzonte speranze reali per effetto dell'impegno creativo che va sviluppandosi nei settori più complessi e diversi ad opera di donne, anche molto giovani.
Anche per quelle donne come me, che giovani non sono più, c'è sempre da riflettere e imparare.

Oggi voglio dirigere, a chi voglia buttare un occhio in questa paginetta, un breve messaggio in versi liberi che, all'apparenza, sembra alludere a qualche mio problema psicologico o affettivo. Ebbene, no. Si riferisce invece agli effetti lesivi dei modelli predisposti dall'esterno (governo patriarcale di tutto l'orizzonte vitale) come compito e come limite, con significativa allusione all'uso della parola creativa,ossia quella letteraria.
Altra me

Mio sonno - mia tremula 
anima vile 
credeva alle corazze
alle selve d’alabarde
a difesa del cuore pulsante

 La cifra segreta del dire
 ha preso stanza
 dentro la verga …

E nel mio cuore acefalo
inebetisce
come la lingua
nell’eccesso di saliva

Il verso non può che alludere. Ma oggi propongo un discorso molto esplicito e illuminante
Dall’introduzione al  «La poesia femminile italiana dagli anni ’70 a oggi»
 di Ambra Zorat
«Una poetessa che sia nata tra gli anni Trenta e Cinquanta e si sia dedicata alla scrittura negli ultimi trent'anni si è ritrovata a comporre versi in una situazione ambigua e contraddittoria risultando contemporaneamente dentro e fuori dal codice poetico.
Dentro perché sui testi della tradizione poetica italiana si è formata e ne riconosce con passione l'universale bellezza. Fuori perché sa, in modo più o meno consapevole, che dall'elaborazione di questi testi è stata esclusa e la sua immagine è stata costruita da altri in modo falsificante. L'intensità anche tragica con la quale diverse poetesse contemporanee percepiscono ed esprimono le contraddizioni del reale è ricollegabile al fatto che in quanto donne, a lungo fuori dall'elaborazione della lingua poetica e del suo immaginario, provano un forte bisogno di iscriversi nel linguaggio, di recuperare il legame che esiste tra vita e scrittura, ma conoscono bene per averla subita anche la carica di violenza che possiede la poesia.»
«Andrà ricordato come negli ultimi decenni siano stati pubblicati numerosi e validi studi sulla narrativa femminile del Novecento, molto più rare invece sono le ricerche organiche e approfondite sul versante poetico. Questo ritardo della critica è riconducibile in parte alla difficoltà con la quale le stesse donne si sono cimentate con l'universo altamente formalizzato della poesia. A differenza della narrativa, che nella letteratura italiana è un genere letterario relativamente recente, il genere lirico vanta infatti una lunga e articolata tradizione nella quale il femminile è codificato come oggetto poetico, come musa ispiratrice, assai di rado riconosciuto come soggetto di discorso. Per una donna, incamminarsi lungo la strada della poesia è più difficile
- soprattutto ottenere un riconoscimento del proprio lavoro sembra essere più impegnativo che dedicarsi alla scrittura in prosa. La posizione dalla quale prende la parola dedicandosi alla poesia è infatti più ambigua e contraddittoria. Forse proprio in virtù delle difficoltà incontrate, i risultati raggiunti risultano particolarmente intensi e rilevanti».

sabato 16 febbraio 2019

Dillo a un Sikh di Bianca Mannu


 Dillo a un Sikh  (SiKh equivale a qualunque umano sfruttato, maschio o femmina, italiano compreso)


Dillo a un Sikh
quali sono i Nostri Valori -
dillo ai suoi conterranei
sparati come tralci avventizi
dal vento dell’urgenza
sui  campi dell’Agro
sulle piane di Partenope
sugli orti Cisalpini

Chiedigli se son leggere
le dieci ore più quattro -
quando la sorte vuole -
alla pioggia  al sole e a ogni tempo
dalle albe incolori
al sangue dei tramonti
con niente nella pancia
e la ganascia del doping
a stringere il cervello

Tu dici che canta
quando inginocchiato
strappa alla terra
tuberi e carote?
E quando conosce l’aspro
dell’uva e dell’oliva
chissà che musica coltiva?
Dico che il suo corpo canta
come una ferita tutto
e sogna sua interinale
assenza dalla vita

Assenza provvisoria - certo -
da una vita che - pur di sterco -
frequenta assidua la speranza
e questa conferisce all’esistenza
il tempo di  continuare in stand bay
e ammortizzare i guai da surmenage …
Quando la vita ha un solo lancio
anche il più sporco strame per giaciglio
se non è mano amica è almeno gancio
cui sospendere ciò che - o uomo d’opera –
solamente tuo rimane inesorabile:
il duro esito del giorno

Invece tu - uomo del capitale -
che prescindi dall’umano altrui
scomputi ciò che ti conviene:
la cosa-lavoro - quella che mercanteggi -
e che a te poco o niente parendo
per eccesso di mercantile offerta
la natura a dare frutti induce.
E mentre attendi ti scotta il tempo:
incalzi al moto i suoi sfinteri
per  accrescere  il tuo utile in saccoccia
ma i rigori a saldo lasci altrui.

Del bracciante - il cui sudore
che a tuo favore provocato ti ripugna -
quasi nulla sai che non sia sua fame
e su quella mandi a schiacciare il piede -
non il tuo - stiloso  e così ben calzato! –
ma quello chiodato d’un vile caporale

Forse quel cristo  crocifisso
alla sua condizione di operaio 
si sarà chiesto    
per un meriggio intero
e per successivi mille
imbevuti all’osso di sgobbo
di strappi e contumelie                         
di qual delitto mai
e di qual vita obliata
voglia emendarlo il dio

Ma - come tutti gli dei -
neppure il suo risponde
Altrove guarda forse 
o altri suoi Valori raccomanda
oppure nel suo ombelico stesso
coglie la fuga d’ogni umano senso
Non c’è modo e non c’è verso
un Sikh da solo - come ogni uomo inerme -
si sente e campa
tra sottosuolo umano e fango
come poco più che un verme -
disprezzato.

Gridalo, Sikh, gridalo forte
insieme ai tuoi fratelli neri
incattiviti sui  campi del Salento
briachi di fatica
a smaltire gli ergastula diurni
dentro infernali tendopoli …
Gridatelo anche voi
operai tarantini intossicati
che morite a poco a poco
nei paradisi dei vostri letti
e tutti voi dispersi e soli
a sfangare la vita lottando
con un qualche marchingegno traditore
soffiatelo con la forza dei tornado
dentro le orecchie dei professori ISTAT
gridate che - pure consunta
ogni marcata essenza agglutinante -
siete magari folla sfilacciata e spersa
d’umani  tristi e vivi
come truppa inerme
a guerra persa.

Nota -Sento il rigoroso dovere di postarla una seconda volta, non per il suo valore intrinseco (quello non sarò io a stabilirlo), ma per unirmi alle voci di denuncia. Dopo circa tre anni dacché la scrissi, la moda dello schiavismo pare fertilissima. Naturalmente ci aspettiamo che questa vergogna (grande "pacchia" per gli schiavisti!)- che ricade su tutti gli italiani - venga fatta cessare e sia impedito a chiunque di ridurre qualunque altro vivente a schiavo. Ringrazio i siti che mi hanno consentito di postare le foto.(B.M.)

martedì 29 gennaio 2019

Poesie di Florio Frau da "Ambigui rapporti " del 1987

Un poeta è e resta poeta, anche se vive appartato, anche se smette di pubblicare e di apparire nelle pubbliche assise.
Florio Frau  ci ha lasciato, ma ci parla con la sua scrittura.

17
Inutile speranza d'un verde cespuglio
nel giallo deserto che ha già dissolto ogni morto
sotto un immenso fungo, nel cielo dei gridi
paralizzati in attimi d'orrore impenetrabile,
cui succedono spazi d'inconcepibile silenzio
dove il tonfo primordiale del cuore
si ritrova nell'infinita spirale della solitudine.

19
Incuneato nel desolato spessore della notte,
che opprime l'arco teso dell'ansia,
l'occhio, ridotto a un punto d'un piano,
scorre sulla rugosa distesa dei giorni.

5 (Croste d'antica pena)
Sono caduti tutti gli uccelli dall'aria chiara
e dal rosso crepuscolo d'un sorriso inesistente
nei fantasmi inafferrabili, tra molecole di morte
e ignote strutture  di solitarie ricerche
dentro la verde solitudine delle schegge di vetro
sotto i piedi, come un tempo, nudi e sanguinanti.



giovedì 17 gennaio 2019

Rimorso - in "SULLA GOBBA del TEMPO" di Biggio - Mannu - Onnis - Sicura

  di Bianca Mannu  

Rombi - se solo d’anima  - rotolano
dalla Inquietudine malsana dei parlanti
Se liquidi - Mutano suono come moribondi
soliloqui divini. Se Ossi - svegliano zanne dentro
fauci di svernanti felini. Rigori coscienziali stillano
morali tossine dentro radici oSsificate - rimaste
graniticamente aggrappate a dei mOmenti inutili
   


         


Nota - Ho postato  questa composizione per fare un piccolo discorso sulla tecnica compositiva e sui contenuti, che sono registrazioni di eventi sensibili interiori o esteriori, magari singoli, puntiformi o a macchia o flusso. Va da sé che l'atteggiamento iniziale non può essere lo stesso che guida le tue operazioni quando compili una ricevuta o un sollecito di pagamento, benché niente, neppure la tua nota/spese è da ritenere avulsa dalle tue abissali volizioni.   
E' indifferente che il materiale contenutistico, per dir così, preesista o si formi in itinere, trovando anche, in corso d'opera, una sua plausibile unità. In genere il senso unitario o, se preferisci,la connessione discorsiva è frutto d'un pensiero profondo, quasi sotterraneo, che lavora trascegliendo l'andamento fraseologico e lessicale, suggerendo le commessure fra gli enunciati. Un modo di sentirsi nel mondo e di avere anche delle idee su di esso. Senza un siffatto tessuto connettivo, si può comporre anche qualcosa di gradevole, di sonoro, ma come disanimato.
E fin qui ci si è occupati del che cosa , affidato alla libertà di scelta, al gioco dell'estro e della sensibilità.
E adesso, il come, cioè il risultato visivo e sonoro. Nel caso presentato, la composizione è  un acrostico che in diagonale con le lettere in grassetto compone il senso o il titolo dell'intero testo; ma potrebbe evidenziare il nome di un dedicatario o riportare una parola simbolo o una frase intera. L'intento ritmico e figurale impone una ricerca più attenta ai suoni e alla lunghezza degli elementi linguistici deputati a sostenere il gioco e il ritmo prescelto, che può seguire la verticale o l'onda o i vertici di una figura geometrica o una figura meno strutturata. Ma, nello stesso tempo, se non vuoi limitarti a un semplice rebus. devi aver cura  della significazione complessiva, sia nelle forme allusive che in quelle metaforiche o metonimiche o allegoriche. Perché non è la presunta somiglianza con l'evidente o il saputo che rende poetica la pretesa poetica.    
Per esempio, il lessema rombi,  prescelto o forse suggerito da un suono o da un oggetto, ha trovato un legame inusuale con l'inquietudine e l'anima dei parlanti (che potrebbe alludere al mio farneticare interiore o al cicaleccio mio e altrui che  mi suona dentro, ed è sintomo di fuga, di elusione, ma anche di simulazioni fluviali con cui giustificare la viltà di gruppo). Mediante la liquidità mutevole dei nostri comportamenti chiamiamo a testimoni dei morti, cioè quelle esistenze spettrali e imperiose che, come dei o feticci, sono emanazioni delle nostre ambivalenze, ma anche del senso comune che  ci pressa come la verità in persona, lasciando gocciare nel nostro animo l'infernale bruciore di colpe o problemi insoluti che ci rifiutiamo di  riconoscere.
Nell'accezione appena  descritta, il mio acrostico è anche una poesia (speriamo!) ermetica, perché non espone in chiaro il suo significato.
Uno dei più grandi poeti ermetici italiani è (stato) Giuseppe Ungaretti. 

Ermetici? Da Hermes, dio  greco protettore dei poeti, inventore della lira.


                 

venerdì 4 gennaio 2019

Su Pastorale americana di Philip Roth – considerazioni di Bianca Mannu

La ragione del titolo e non solo

Prima ancora di giungere alla fatidica p.435 - intanto che leggevo le 400 precedenti e attratta mi lasciavo bagnare (ma senza restarne travolta) dalle cateratte verbali che l’Autore, con assoluta fede nelle capacità rappresentative e seduttrici della sua prosa, sciorinava davanti alla mia immaginazione  - m’interrogavo sul senso di “pastorale” in quanto sostantivo reggente l’aggettivo “americana”.  
Quest’ultimo lemma non può che riferirsi agli USA, in quanto rappresentante emblematico dello schema di mondo  a cui  tutti e specialmente noi europei ci siamo adeguati, e col quale raffiguriamo noi stessi credendoci, perciò, migliori. 
Invece il sostantivo “pastorale” mi incalzava verso un senso per nulla nuovo, benché all’apparenza proveniente da oltre Atlantico. Subito la mia pur titubante memoria faceva affiorare le mie sbiadite informazioni sulle Bucoliche virgiliane, sulle suggestioni campestri e pastorali di Petrarca e giù discorrendo fino all’Arcadia e alla vena naturalistica di Leopardi e dopo ancora  fino alle non pastorali opere della grande  narrativa europea, per esempio I Buddenbrook  e America, onirico controcanto, quest’ultima, sul Nuovo Mondo.
Ma durante la lettura, più forte d’ogni altro riferimento, s’è affacciata alla mia mente “La Pastorale” di Beethoven, già antifona della prima grande lacerazione uomo/natura in Europa (1^rivoluzione industriale avvenuta). La Pastorale beethoveniana rappresenta l’auspicata ricongiunzione dell’umano con la natura di cui è parte. In realtà quel ricongiungimento non ripristina affatto quello primigenio: l’uomo in generale è divenuto un’astrazione rispetto alle sue contrastanti funzioni sociali e la natura è stata variamente alterata in funzione dei destini produttivi. Il possibile ricongiungimento avviene tramite la mediazione dell’arte e della cultura, cioè la natura in scala ridotta rientra nella categoria estetica e l’umano che si congiunge e si rispecchia in lei è l’artista e il suo committente, cioè la classe padronale colta.
Probabilmente anche Roth ha cercato di immaginare le possibili condizioni per  prefigurare una nuova giuntura tra la natura e l’uomo. Ma stavolta l’articolazione si presenta più che mai complessa. Nella Pastorale di Beethoven resta invisibile l’oscenità infernale del mondo della produzione senza apparente nocumento per la sintesi estetica, mentre Roth non può farlo con la stessa facilità e buona coscienza. E non solo perché Roth è di circa centocinquant’anni più giovane, ma perché con lo sviluppo del grande capitale le categorie della natura   e quelle dell’umano, non solo si sono pluralizzate, ma è difficilissimo articolarle, perché la meccanica produttiva capitalistica ha reso la natura indisponibile per la fruizione estetica generalizzata e perché il lavoratore collettivo, per un verso risulta deprivato della sensibilità estetica non finalizzata alla produzione, per altro verso la sua sensibilità compressa nello stato grezzo viene catturata in direzione di una bassa estetica, perché questa è incentivo a consumare merci che recano profitto al produttore e non affinano il gusto e la mente del loro consumatore. Ma il produttore stesso, o meglio colui che investe il capitale, non si preoccupa delle sorti della natura, se non per quella minima parte che ritiene di preservarsi per il proprio benessere, si preoccupa invece tanto di riservare alla proprie attività le materie prime necessarie, almeno finché non ne trova altre in sostituzione, se il mercato della domanda resiste, oppure muta totalmente orientamento produttivo, anche in virtù dei mutamenti tecnologici che sono un altro difficile e contrastante nodo del nesso uomo-natura.
Per restare nell’ambito di una sintesi elementare, Roth non può raccontarci una Pastorale credibile, magari mitica, ma lo spettro desiderato di una pastorale il cui respiro si fa rantolo.
Azzardo un’ipotesi di segno storico letterario: chiamare pastorale questo ambizioso intreccio narrativo è il segno di una petizione dell’Autore al mondo: l’aver costruito un’opera così impegnativa, così densa e collegata al cuore, alla mente e alle viscere della cultura dell’Occidente da entrare a buon diritto nell’Olimpo della narrativa classica mondiale, come un solenne affresco che vede protagonista la più grande potenza mondiale esistente.
Fin dalle pagine iniziali l’autore si concede numerosissime divagazioni, prima di procedere all’intaglio della figura centrale, entro uno sfondo caotico e ostico: una sequela di passaggi sul gioco sportivo su cui sottilizza con tecnicismi da esperto, beandosi e insistendovi come un tifoso autentico, quale forse è stato da buon americano! E a mano a mano che dalla tela esce scontornata qualche figura, ecco l’espandersi ulteriore, quasi ossessivo, del più immediato milieu del protagonista, già baciato, lui così limpido, così alla mano, dalla gloria e dal successo: già una star con  tutta la scia!
Scegliere una prospettiva discosta, seguire ciò che emerge come capriccio della memoria,  connettere situazioni apparentemente lontane fa parte della tecnica compositiva del romanzo contemporaneo. La  creazione  si fa carico di conferire consistenza oggettiva e insieme dinamismo ai protagonisti. Lavorando sugli sfondi l’Autore immette aria e vento nelle sue trame, si libera del marmoreo e in qualche misura mette i protagonisti al riparo dal pericolo del suo stesso amore. In ciò Roth s’impegna da grande maestro con una discorsività scorrevole ed elastica. Eppure la messa in moto di una tale circolazione sanguigna non sempre sortisce l’atteso effetto. Perché?  
Perché manca il vero volano, quello dialettico. Tutto ciò che l’Autore involve per dare concretezza d’anima agli esordi e agli sviluppi della vicenda centrale resta nell’ambito della familiarità.
Molto godibile la modulazione dei dialoghi nella rimpatriata degli ex liceali di Weequahic e di Rimrock , in cui predomina con malinconica asprezza lo sguardo innamorato per la propria e altrui giovinezza smentita dai corpi. Nel medesimo contesto, tra confidenza e perfida franchezza, s’intreccia il dialogo con Jerry Levov, fratello di Seymour, che snocciola all’inconsapevole Nathan Zuckerman, alias Skip (l’ombra romanzesca di Philip Roth) i retroscena del clan Levov con tutte le sue debolezze e vergogne. Che i due  chiamino merda la fanghiglia familiare fa parte del narcisismo d’élite. Però lì Roth non solo tesse l’ordito del dramma, ma inventa il più bel colpo di scena di tutto il libro: Seymour Levov è morto, comunica seccamente Jerry a Skip. E quasi non hai tempo per prenderne atto ed essere consapevole che tutto ciò che Roth sta scrivendo sarà il grande monumento alla memoria.
Caratteri a parte - sgorbiati in pietra, quasi megalitici – sei precipitato nel clan, sei in famiglia. Nonostante la freschezza dei bozzetti, malgrado l’effervescenza e l’arditezza dei dialoghi, avverti aria di chiuso. Senti che c’è un dietro che né  il pensiero né la penna ha sfiorato o sfiorerà. C’è un qualcosa che hai calpestato senza conoscerlo, e tu, Scrittore, non ti sei domandato da che cosa dipende l’inciampo a varcare il chiuso. Jerry, descrivendo l’abnegazione di Seymour verso la volontà paterna, allude alla “sua attrazione fatale”: il lavoro. Il lavoro che rende bruti e lascia povere intere popolazioni (anche questo, il non significato, l’eluso) diventa su di lui, sul padre Lou, su Dawn,  emblema. Ecco un’ingiustizia teoretica trasformarsi in dato meritorio.  Roth è meritocratico e non spiega l’eziologia del presunto merito, se non restringendo lo sguardo alla sfera essenzialmente privata. Ecco che i protagonisti, malgrado errori, leggerezza e sostanziale cinismo, sono da sempre e per sempre “i salvati”. Dei “sommersi” Roth non ha minima contezza che si tratti di umani. L’umano illumina un tratto di qualche fedelissimo dipendente come prova provata della magnanimità padronale. Solo quando Meredhit (Merry) condivide l’orrenda esistenza dei vinti, dei sommersi, allora Roth suscita nella mente di Seymour la moltitudine dei senza volto come liquame, i cui miasmi minacciano di appestare i buoni come  lui.
Questa la tabe sulla resa artistica di «Pastorale americana».
Infatti l’insistente autoreferenzialità e la sostanziale chiusura ideologica e sociale dei protagonisti contrae la vicenda in dramma di dimensioni pressoché private. 
L’occhio dello scrittore continua a muoversi in prossimità dei protagonisti, senza indagare sulle diverse dinamiche sociali con l’occhio magari asciutto, ma libero dalla glassa autoreferenziale. Come dire che Roth non riesce a mettere a fuoco i nessi tra la storia dei Levov con gli operai bianchi e neri, gente che aveva fatto e faceva la fortuna dei Levov e di molti altri, persone che al momento erano inviate a uccidere e a morire in Vietnam. Persone segnate dalla guerra che, deposta la divisa, non trovavano possibilità di reinserimento nel tessuto sociale e produttivo, dato che l’industria di guerra non dava e non aveva dato i risultati sperati. Fallita l’interconnessione con la problematica dei neri, indicati come più neghittosi, ma ancor più carne da cannone, usati, sfruttati e anche segregati, i loro leader assassinati; fallito il riferimento con gli Amerindi del Centro America  e del Sudamerica, umanamente inesistenti per i Levov, ma forse per Roth. Ma noi lettori li sappiamo espropriati di risorse e repressi nelle loro istanze liberatrici tramite governi quisling filostatunitensi. Manca in Roth la coscienza di questa immane responsabilità da  ascrivere alle classi di potere.
S’intuisce anche una presunzione nascosta nel titolo, quasi a significare che l’impero americano produce la sua  “Pastorale” come l’impero romano ha prodotto la sua Eneide: pace ed egemonia Yenky nel mondo globale come Pax augustea a sanzione del dominio romano sul mondo antico.
Oscurate come irrilevanti le realtà di cui sopra, il romanzo di Roth vuole entrare e forse entra nella sfera mitica e mitologica, non dell’idilliaco, ma dell’idealizzazione e celebrazione dell’ordine, o disordine, esistente. La borghesia imprenditoriale formatasi nella congiuntura postbellica statunitense, divenuta colonna portante della grande potenza mondiale, secondo la visione dell’Autore e anche oggettivamente, si trova però inaspettatamente sotto scacco … Perché?  
Per via della guerra a baluardo del Vietnam del Sud, contro il Vietnam del Nord, voluta in ottemperanza della volontà imperiale di garantirsi i mercati, le zone d’influenza, gli ingenti profitti anche e sopra tutto sul mercato delle armi, anche da usare come monito contro istanze politiche più inclusive. C’entrano con la guerra  i guantai? Roth sembra credere all’innocenza di quella categoria e persino di tutta la classe imprenditrice nella sua totalità, come chi confonde la non colpa personale col disimpegno o col cinismo  politico-sociale che ha colpe e manca di responsabilità. Infatti per i personaggi il problema diventa allarmante quando certi loro ben allevati rampolli provano a passare nella trincea opposta. 
Trincee? Dunque guerre, guerre in famiglia, magari guerre in forma di conflitto di classe, che minaccia di scivolare verso la guerra civile.
Il lettore si chiede: forse che i produttori di guanti d’America (tanto per dire il settore più anodino sul quale Roth ha davvero forzato la pazienza del lettore) non conoscono o non praticano i processi di riconversione produttiva che puntualmente vanno a scaricarsi sul proletariato in forma di contrazione di manodopera, di dismissione della medesima e drastica contrazione dei salari? Forse che gli imprenditori dei più diversi settori non investono in borsa i loro profitti, per esempio sulle quotazioni delle armi, nelle prospettiva di acquisire ulteriori profitti, invece di investire in un’economia di pace e di inclusione sociale? Forse che nel gioco di borsa non mettono a rischio e perdono … perdono… il lavoro di chi non ha che quello per vivere da umani.
Dove sta almeno l’eco di questo intreccio complesso e conflittuale nella  Pastorale di Roth?
 L’ evento centrale della narrazione si contorce nella sua esilità: Merry, l’adorata figlia di Seymour Levov, detto lo Svedese, e di Dawn Dwyer, agiata coppia di imprenditori di rilievo economico e sociale non più progressivo come per l’addietro,  manifesta difficoltà linguistiche e psicologiche, entra in conflitto con i familiari, fugge da casa per abbracciare la militanza socio-politica radicale diventando “bombarola” e assassina. 
Come si sviluppa l’educazione politica, per dir così, di Merry, a quel punto della narrazione? In quale contesto? Un autore può rispondere in termini narrativi a tale quesito. Ci sarà una realtà sensibile, descrivibile che invera teorie e punti di vista?  
La famiglia Levov, com’è naturale, nell’apprendere ciò che la figlia verosimilmente ha compiuto, cade nel più profondo sconforto. Ma, mentre Dawn, la madre, si limita a cadere in una grave forma di depressione, Seymour è il solo a chiedersi  che cosa nei rapporti familiari, nelle relazioni amicali, nei rapporti della figlia con gli insegnanti e con la scuola, abbia innescato, dapprima la feroce balbuzie di Merry, e poi il suo progressivo ipercriticismo verso la madre, con cui intrattiene un rapporto-raffronto ambivalente, forse oggetto di pesante rimozione, intanto che nella bimba cresceva la donna. Una situazione che sembra spingere la ragazza verso una caratterizzazione fisica e psichica di segno opposto rispetto alla madre; il che però accentua il suo disagio e dunque la tensione critica e l’inclinazione verso la prassi distruttiva. Ma Merry critica, con la stessa ferocia immatura dell’adolescente, anche suo padre, benché mantenga con lui un certo dialogo, almeno fino alla decisione della fuga. Lo critica  per la sua indifferenza verso coloro che la guerra corrompe, impoverisce, uccide rincalzando il conflitto a un livello più ravvicinato. Merry non riesce a mettere insieme l’integrità personale del padre, la sua gentilezza d’animo, di cui lei ha fatto gratificante esperienza, con il fariseismo sociale che a lui blocca la diretta e totale scelta di campo: una scelta etica mancata. Nella sua frettolosa ingenuità politica, Merry intuisce la relazione perversa tra status socioeconomico eminente e sospensione del senso della responsabilità politica e sociale.
E il padre, solo a posteriori, ricostruisce il percorso autoformativo intellettuale di Merry scoprendo una quantità di testi teorici (in Italia gli autori sarebbero stati indicati come “cattivi maestri”) che lei avrebbe letto e studiato con foga immatura e senza prefigurarsi mediazioni.
Queste mie considerazioni saltano fuori dalla lettura in negativo del romanzo: da ciò che viene eluso da parte dell’Autore. Il testo della narrazione, appare molto diluito e insistito nell’inseguimento coscienziale di Seymour a caccia delle minuzie relazionali con la figlia. Anzi l’Autore sembra cadere nell’incredibile ingenuità di stabilire una relazione di causa/effetto tra il disagio affettivo e psicologico di Merry e il suo diretto coinvolgimento nelle azioni di eversione delittuosa. E davvero non si capisce bene se un tale atteggiamento corrisponda all’esigenza narrativa di evidenziare la postura protettiva di Seymour verso sua figlia nel raccontarsi la fondamentale incolpevolezza di lei (troppo intelligente, troppo giudiziosa) attribuendo ad altri il reato di averla usata come strumento semiconsapevole, oppure se l’Autore voglia sottolineare l’efficacia pervertitrice della tabe psicologica, allorché vi siano condizioni esterne  e teorie ausiliatrici (la cui descrizione analitica è, come già detto, logorroica e insieme lacunosa) che ne sussumano la dirompenza.
Ma un romanzo è un romanzo, cioè un lavoro dell’immaginario e, per quanto il materiale ideativo peschi nei vissuti profondi  e si valga di documenti che formano nodo  nell’esperienza e nella visione complessiva di un Autore certamente dotato, può accadere che esso non acchiappi gli elementi di contraddizione e di scontro provenienti dal gioco degli interessi sociopolitici emergenti e contrapposti nel caratterizzare i personaggi; e perciò fallisca la condensazione figurativa e psicologica forzandoli entro la linearità di una prospettiva troppo soggettiva (in questo caso il punto di vista di una classe borghese imprenditoriale che incarna un modello economico fondato sul profitto la cui fonte è sì il lavoro umano, ma nella condizione di merce). 
 “Pastorale americana” si rivela favola triste di un incubo ideologico. La nuvola ideologica invade tutte le prospettive, oscura il parossismo della competizione che irrigidisce l’immigrato artigiano nella sua voglia di farcela a tutti i costi (Levov padre), contro un altro immigrato con la stessa voglia (colleghi, competitori), contro i neri poveri, troppo repressi e depressi per cadere al laccio della medesima spinta rampante, contro  l’erede dell’antico avventuriero, magari schiavista territorializzato, reso altezzoso dal censo più “old” e nobilitato dalla pratica del potere istituzionale divenuto dinastico (Orcutt), contro l’intellettuale critico di cui invidia la presunta libertà, l’immeritato benessere e  l’impunità ideologica e morale( Shelly Salzman, Marcia, Sheila).
L’Autore appare affascinato da quella voglia aggressiva, e al momento imbelle, del magnate che riferisce a sé ogni altro valore, però oscilla se sanzionare il personaggio dominato da quell’assillo della salvezza del capitale con pennellate di graffiante ironia sottolineandone il ghignoso compiacimento egotistico (Lou Levov e lo stesso Jerry in altra categoria), o se, all’opposto, parteggiare per chi nasce predestinato a divenire magnate, come Seymour, che trova il solco segnato e lì generosamente spende le sue energie e raccoglie frutti senza farsi troppe domande, forse anche senza capire bene  la cifra del mondo, o forse anche leggendola, ma raccontandosi la fiaba che lui ha fatto e fa del suo meglio e che sono gli altri a tradire: i bianchi, i poliziotti, i neri, quasi tutti casseurs. E nella sfera familiare e di clan la moglie Dawn tradisce, ma  tradiscono anche gli amici, mentre lui,  vittima, incassa i colpi. Anche Merry forse vittima lo è, rispetto ai soci di eversione. Ma il tradito deve riconoscersi a sua volta traditore e simile nella perfidia, facilmente sottovalutata ed elusa. 
Infine c’è il nostro inconscio e l’autoassoluzione preventiva: questo Roth lo rappresenta. Seymour consegna sua figlia alla furia vendicatrice di suo fratello, Jerry. L’Autore a questo punto trova la soluzione  psicologica più sottile ed efficace  nella resa artistica: le torsioni di Seymour per scuotersi il peso insostenibile, tanto della Merry attentatrice, quanto della non redimibile Merry giaina, contaminata e veicolo di più orrenda polluzione dal mondo dei dannati alla discarica umana in cui si è gettata, e infine scuotersi l’enormità delle sue perdite perdendo la vita.
Dunque tutto si è sfaldato e decaduto rapidissimamente nella banalità più triviale intorno e dentro i protagonisti di questa storia.
E tuttavia Roth sembra sostenere che se un mondo, creativo, volitivo, regolato, produttivo e persino virtuoso e candido, è esistito, sono i Lou, i Seymour, le Dawn ad avere la palma come coraggiosi creatori di progresso e di benessere. Un’esigua parte sociale pensa di essere la totalità, ma poi si comporta come la sonnambula scossa nel bel mezzo dell’incubo. Solo che l’incubo è una realtà in esplosione, non dominabile con ordini di servizio ed esibizioni di titoli di merito inesistenti
Ma se eviti di essere sommerso da certe deviazioni verbalistiche dell’Autore, vedi gente incantata sull’ipostasi dell’accumulazione, del successo, dell’espansione illimitata; gente che non ha avuto né altri occhi né altra religione se non il proprio profitto, così assorbita nel celebrare i propri feticci da non accorgersi neppure di nutrire nel proprio seno la loro smentita più clamorosa.  
I protagonisti ex magnati cadono preda di farneticazioni, fughe verbali e insulsi battibecchi. Sia che comprendano o no le ragioni vere delle convulsioni sociali che li impauriscono, tendono a occuparsi del loro ancora dorato perimetro o si voltano indietro come se la nostalgia della frontiera e del sogno americano sia di nuovo disponibile per il poi.
È in questa mancanza di presa che si avverte la debolezza dei molti indugi allo specchio della propria immagine di classe, di cui Roth elabora curiose sfaccettature senza stare a sufficienza nel segno.
E sta forse in ciò la tabe della sua stessa grandezza: averci regalato la rappresentazione palpabile (errore o obiettivo raggiunto?) dell’idealizzazione narcisistica di classe, condizione della cecità sociale e storica ritratta in personaggi che non sembrano avere la minima idea, fuori dalle quotazioni di borsa, di come le  interrelazioni planetarie irrompano a cambiare gli assetti del più solido quotidiano. In tale ambito spicca l’ottusità psicologica dei protagonisti, per esempio di Seymour, che si ostina a credere all’inconsapevolezza di Merry, alle dichiarazioni truffaldine di una  Rita Cohen viepiù associata ad Angela Davis come sua perfida sosia, di Dawn che pretende risolvere la lacerazione affettiva materna e di ruolo sociale con un lifting e una nuova villa con amante.
Una considerazione speciale merita il colloquio, o  piuttosto l’apparizione di Angela Davis nella cucina di Seymour. Qui siamo ai limiti dell’incredibile, se non del farsesco. E qui si può cogliere la farragine piuttosto veloce e un po’ liquidatoria di Roth nei confronti di quegli eventi e delle idee che li interpretavano e motivavano, come se volesse equipararli agli isterismi dei visionari più folli. Perciò risulta davvero difficile distinguere il pensiero analitico dell’Autore dalle reazioni confuse e altalenanti dei protagonisti e di certo capitalismo.
Per questi motivi viene spontaneo concludere che la Pastorale Americana sia un canto per voce sola, quella ancestrale dei fuoriusciti e deportati europei che divenivano coloni e non avevano ancora iniziato il confinamento e il massacro dei nativi. Fu Lincoln nel 1863 a proclamare la celebrazione del Ringraziamento come festa di pace civile inaugurata invece duecento anni prima dai Padri Pellegrini come festa religiosa
 Infatti alla pagina 435 del romanzo in oggetto, dopo lo stucchevole amarcord del colloquio di Dawn con Lou sulla eventuale scelta religiosa per gli eventuali figli di Dawn e Seymour, da cui risulterebbe  un triste vaticinio  sulla vita di Merry, si indica in che cosa consista la Pastorale americana: nel momento fugace della festa del Ringraziamento della durata di un giorno, allorché tutti mangiano lo stesso immenso tacchino, rendono volutamente omaggio all’istituzione suprema che si eleva incrollabile sopra ogni conflitto. Insomma un’epifania di pace puntiforme.
E qui ancora una volta è evidente la distopia visiva di Roth che si limita testardamente a considerare solo la discriminante religiosa tra ebrei e cristiani, come se tutta l’America del Nord non conoscesse altre specificità umane religiose o razziali, cozzando col fatto che almeno una macroscopica questione razziale c’era e c’è tuttora, quella con gli ex schiavi neri e quella non meno lacerante dei pochi nativi sopravvissuti alle stragi e confinati nelle riserve.
In tal modo la Pastorale americana di Roth si chiude ideologicamente entro una cortina fumogena per non fare i conti (artistici) con le istanze di liberazione e inclusione umana, riproponendo in sostanza la griffe rassicurante e conservatrice del mito yenkee del self-made man. 
   
Noticina - Ringrazio la mia amica poetessa Giuseppa Sicura che mi ha prestato il libro. (B.M.)