
Ma qui la semplice e
gaia magia volta all’infanzia si muta in un discorso realistico, scorrevole e apparentemente
senza preconcetta malizia, il quale, andando a frugare nello sciogliersi
quotidiano del vivere, vi coglie l’inatteso, oppure il paradosso, o anche
l’insensatezza; e questi tratti si manifestano variamente combinati con l’insormontabile
solitudine e l’ambiguità degli esseri umani nell’ambito delle relazioni sociali
e interpersonali.
Sono proprio le voci
- nella loro normale sonorità che Maria Rosa, figlia naturale e adottiva di
diverse isole, modula - non solo a specificare la geografia spaziale in
cui vuole introdurci, ma anche a
inviarci gli echi d’un fondo umano oscuro e inquieto a lei noto. Esso si palesa
simile, malgrado i diversi idiomi e i differenti localismi, e spesso larvato
entro i connotati della banalità quotidiana. Anche quando il racconto comincia a
dipanarsi da un evento apparentemente più drammatico, nasconde una verità più
sottile e acre, che appare quasi di colpo ancorché sommessa e stemperata
nei toni ingenui di un personaggio fanciullo, come in Tanino.
Le vicende narrate
espongono un susseguirsi di situazioni, a partire da quelle in apparenza logiche
o naturali fino a quelle che si svolgono sullo stretto limite dell’insensatezza.
Più che volute, risultano subite da personaggi ordinari, i quali, così come
vivono, si spengono nel progressivo annullamento di ogni senso del loro passaggio, tranquillo o feroce o misero, nel
mondo.
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